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09 gennaio 2026

La Sardegna dell’esotico: dalla pitaya all’avocado

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Non c’è solo la Sicilia – pur molto più avanti rispetto alle altre regioni – a investire con decisione nell’esotico. Anche la Sardegna sta puntando su avocado, mango e su una serie di frutti minori. L’isola è coinvolta in un progetto da centinaia di ettari, insieme alla Calabria, dedicato all’avocado biologico. Accanto ai grandi piani industriali, però, da anni esiste una comunità vivace di appassionati e piccoli produttori.

Già nel 2004 Angelo Farris pubblicava Frutti esotici maturati in Sardegna. Dai datteri di Siniscola ai litchi, manghi e papaie di Cagliari, un testo diventato riferimento per chi esplora queste colture. Oggi, accanto ai grandi investimenti, crescono realtà come A modo nostro, che da anni coltiva e commercializza kiwano, yacòn e crosne, contribuendo a diversificare l’offerta oltre l’esotico più noto e ormai sempre più popolare.

Su questa stessa scia si inserisce l’iniziativa di Antonio Graziano Mulvoni, che dopo le prime sperimentazioni ha ampliato la sua attività dedicata alla pitaya/dragon fruit, portando in Sardegna un’altra coltura esotica ad alto potenziale di sviluppo.

La pitaya del Sud Sardegna 

Antonio Graziano Mulvoni coltiva pitaya da due anni ai piedi della diga di Villacidro, un paese del Sud Sardegna noto nell’isola per le sue arance e per le ciliegie. Ora è tempo di pitaya. Tutto nasce dopo “avere scoperto quanto fosse diverso – e migliore – il frutto coltivato in Italia rispetto a quello importato, raccolto acerbo e maturato in nave. Da qui la decisione di iniziare con un centinaio di piante, poi altre 500, fino ad arrivare a quasi 3.000 unità”. La freschezza del prodotto e il giusto grado di maturazione sono il valore aggiunto di questi frutti made in Mediterraneo.

Antonio Graziano Mulvoni

Per far crescere la sua attività, Antonio ha scelto di affittare una serra. “Le piante in serra iniziano a produrre già dopo un anno”, ma la vera produzione è partita solo quest’anno, con le piante più giovani messe a dimora in primavera. Oggi vendo il frutto come prodotto di nicchia, direttamente ai clienti, con l’obiettivo di passare gradualmente anche all’ingrosso. Un passaggio di scala necessario per fare impresa.

Il mercato oggi è limitato, ma già emergono alcune caratteristiche. “La domanda è più forte nel Nord Sardegna – Olbia, Sassari ma anche Tortolì – dove il turismo internazionale conosce e apprezza la pitaya. Non solo come frutto fresco: il colore intenso lo rende perfetto per piatti gourmet, salse, paste e perfino impasti colorati. Anche diversi ristoranti hanno iniziato a richiederlo”.

Antonio coltiva con metodo da agricoltura circolare: “Uso solo stallatico proveniente dall’azienda zootecnica e trattamenti naturali come macerati di ortica e aglio. Il frutto, oltre a essere più sano, è apprezzato anche da diabetici e da chi ha problemi di circolazione”.

La sfida del prezzo

La produzione di pitaya “richiede lavoro manuale: in Italia mancano gli impollinatori naturali presenti nei Paesi d’origine, quindi l’impollinazione va fatta a mano, di notte o all’alba. In serra si ottengono fino a cinque fioriture l’anno, con frutti pronti tra i 50 e i 70 giorni. La stagione va da maggio a dicembre, con variazioni dovute al clima sempre più caldo della Sardegna, che oggi favorisce anche altre colture esotiche”.

Uno dei frutti dell'azienda sarda

Il mercato resta una sfida: il prezzo elevato (18–20 euro il chilo) richiede di fidelizzare i clienti con un prodotto di alta qualità. “La pezzatura varia molto in base alla gestione dei fiori, ma mediamente un chilo contiene 3–4 frutti. Nonostante le difficoltà, penso che la pitaya rappresenti una scommessa promettente per l’agricoltura sarda del futuro”.

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