La Russia estende fino al 31 dicembre 2028 il divieto di importazione di prodotti agricoli e alimentari provenienti dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali. Il presidente Vladimir Putin ha firmato il decreto che proroga per due anni le cosiddette “misure economiche speciali”, in vigore dal 2014 come risposta alle sanzioni adottate contro Mosca dopo l’annessione della Crimea.
Il provvedimento entrerà in vigore dal primo gennaio 2027 e conferma il blocco per un’ampia gamma di prodotti, tra cui carne, latticini, pesce, frutta e ortaggi. Oltre ai Paesi Ue e agli Stati Uniti, l’embargo interessa Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Norvegia, Ucraina, Albania, Montenegro, Islanda e Liechtenstein, indicati dalle autorità russe fra gli Stati non amici.
Dal 2014 un mercato cancellato
L’embargo russo sui prodotti agroalimentari occidentali è entrato in vigore il 7 agosto 2014, in risposta alle sanzioni adottate dall’Ue, dagli Stati Uniti e da altri Paesi contro Mosca dopo l’annessione della Crimea. Fin dall’inizio, il divieto ha riguardato integralmente frutta e ortaggi freschi provenienti dall’Ue.
Per l’Italia la chiusura del mercato russo ha colpito in particolare alcune produzioni ortofrutticole per le quali quel Paese rappresentava uno sbocco significativo. Alla vigilia dell’embargo, fra i prodotti più esposti figuravano mele, uva da tavola, kiwi e pesche. In valore, le esportazioni italiane a rischio erano stimate in 17,1 milioni di euro per le mele, 16,5 milioni per l’uva da tavola, 12,6 milioni per il kiwi e 7,3 milioni per le pesche.
Nei primi mesi di applicazione del blocco, l’effetto fu immediato: tra agosto e dicembre 2014 l’export agroalimentare italiano verso la Russia diminuì di 57,9 milioni di euro, di cui 25,7 milioni legati all’ortofrutta. Nei primi due mesi dall’avvio delle restrizioni, le spedizioni agroalimentari italiane verso il Paese erano già calate di oltre il 18%.
L’impatto non si è limitato alla perdita delle vendite dirette. La merce europea che non poteva più essere collocata in Russia è rimasta nel mercato comunitario, aumentando l’offerta disponibile e generando pressione sui prezzi all’origine. Nel primo trimestre 2015, le esportazioni italiane di prodotti alimentari verso la Russia risultavano dimezzate, mentre per ortofrutta, latticini e carne le spedizioni erano di fatto azzerate.
Da allora, le imprese italiane ed europee hanno cercato sbocchi alternativi, ma il mercato russo non è stato sostituito in modo automatico: cambiano distanze, costi logistici, requisiti fitosanitari, calendari produttivi e capacità di assorbimento dei Paesi di destinazione.
Blocco prorogato
Con l’estensione fino al 2028, Mosca consolida una scelta che ha modificato i flussi commerciali dell’agroalimentare russo. Il divieto, introdotto nell’agosto 2014 e rinnovato più volte, è diventato uno degli strumenti principali della risposta russa alle sanzioni occidentali.
La proroga offre continuità agli operatori russi e ai fornitori alternativi che hanno preso il posto delle imprese occidentali. Negli anni, la Russia ha cercato di rafforzare l’autosufficienza alimentare e ha riorientato gli acquisti verso produzioni interne e Paesi non coinvolti dalle restrizioni.
Per frutta e ortaggi tutto ciò ha comportato il ridisegno delle catene di approvvigionamento. I fornitori europei hanno lasciato spazio a operatori di Paesi dell’America Latina, dell’Asia e dell’area balcanica, mentre il mercato interno russo ha ricevuto sostegno attraverso investimenti e politiche di sostituzione delle importazioni.
Per l’Italia una distanza strutturale
Per l’ortofrutta italiana la proroga non cambia l’operatività nell’immediato: il mercato russo è precluso dal 2014. Ma l’estensione fino al 2028 allontana ulteriormente ogni possibile riapertura e consolida l’esclusione di uno sbocco che, prima dell’embargo, era rilevante per alcune produzioni.
Intanto, le imprese hanno cercato mercati alternativi, spesso più lontani e complessi da raggiungere per costi logistici e condizioni di accesso. Insomma, la misura, nata come temporanea, conferma un assetto ormai strutturale per l’export ortofrutticolo italiano.