La notizia è di poco fa (rispetto all'invio della newsletter alle 17 del 19 marzo 2026, ndr). Londra accelera sullo Stretto di Hormuz e annuncia un’iniziativa congiunta per garantire la sicurezza della navigazione commerciale.
Sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone – si sono dichiarati pronti a contribuire a un piano per assicurare il passaggio delle navi nello snodo strategico, oggi parzialmente chiuso dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele.
La linea dei sei
La posizione è stata formalizzata in un comunicato diffuso da Downing Street, che condanna con fermezza gli attacchi contro navi commerciali e infrastrutture civili, incluse quelle energetiche. Al centro della dichiarazione, il richiamo al principio della libertà di navigazione sancito dal diritto internazionale e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
I sei Paesi sottolineano come l’interferenza con le rotte marittime e l’interruzione delle catene di approvvigionamento energetico rappresentino una minaccia diretta alla sicurezza globale. Da qui la disponibilità a contribuire a un’iniziativa internazionale per ristabilire condizioni di transito sicuro nello Stretto.
Nel documento emerge anche la richiesta di una moratoria immediata sugli attacchi contro infrastrutture civili, mentre sul piano diplomatico si moltiplicano gli appelli alla de-escalation.
Tuttavia, da Teheran arrivano segnali opposti, con il governo iraniano che avverte di possibili reazioni dure in caso di ulteriori azioni contro i propri impianti.
L’effetto domino sui porti globali
La crisi in Medio Oriente sta già producendo effetti tangibili sul trasporto marittimo containerizzato.
La congestione portuale nel 2026 assume infatti una configurazione nuova, sempre più legata a shock geopolitici localizzati come quello in corso nel Golfo Persico. Le deviazioni di rotta stanno coinvolgendo, secondo i dati di Alphaliner, oltre il 10% della capacità globale, con le compagnie che evitano i porti dell’area e concentrano i traffici su scali alternativi, in particolare sulla costa occidentale indiana.
Porti come Mundra e Nhava Sheva (India) stanno registrando ritardi fino a diverse settimane e un accumulo significativo di container, mentre la chiusura di hub strategici come Salalah in Oman ha ulteriormente aggravato la pressione sulla rete.
Il risultato è un effetto a catena che si estende dall’Asia all’Africa con allungamento dei tempi di transito, riduzione della capacità effettiva e aumento dei costi operativi lungo tutta la supply chain.
Nel quadro attuale, anche l’Europa e l’Unione europea iniziano a risentire degli effetti indiretti della crisi. Pur non registrando al momento livelli di congestione paragonabili a quelli asiatici, i flussi verso porti italiani ed europei stanno subendo un progressivo allungamento dei tempi di transito e una crescente incertezza operativa.
Il che potrebbe avere ricadute potenziali in termini di maggiori costi logistici, ritardi nelle consegne e gestione più complessa dei flussi.