Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei principali punti di tensione geopolitica mondiale.
Il corridoio marittimo, che collega il Golfo Persico al Golfo dell'Oman e quindi all'Oceano Indiano, è uno dei passaggi più strategici per il commercio internazionale: ogni giorno vi transitano navi cariche di merci, petrolio e gas naturale liquefatto dirette verso i principali mercati mondiali. Circa un quinto del greggio trasportato via mare attraversa infatti lo Stretto di Hormuz.
Per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein si tratta della principale via di accesso ai mercati internazionali: qualsiasi limitazione alla navigazione nello Stretto ha ripercussioni immediate sui mercati energetici e sulle catene di approvvigionamento mondiali.
Le conseguenze economiche
Il protrarsi della crisi continua a pesare sulle economie. Secondo le stime richiamate dal Corriere della Sera, i danni economici per i Paesi del Golfo sarebbero compresi tra 70 e 90 miliardi di dollari, tra minori esportazioni, rallentamento delle attività portuali, incremento dei costi logistici e maggiori spese per la sicurezza.
Proprio l'entità delle perdite avrebbe spinto le monarchie del Golfo a intensificare gli sforzi diplomatici per trovare una soluzione condivisa e favorire la ripresa dei collegamenti marittimi.
Dall'escalation al blocco dei transiti
Come riportato più volte da myfruit.it nelle ultime settimane, la situazione si è progressivamente deteriorata con l'intensificarsi del confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti. Nel corso dei mesi Teheran ha rafforzato il controllo sullo Stretto, limitando il traffico marittimo e introducendo restrizioni che hanno provocato la sospensione o il rinvio di numerosi transiti commerciali.
Diverse compagnie di navigazione hanno modificato le proprie rotte, mentre gli armatori hanno dovuto fare i conti con un forte incremento dei premi assicurativi e con tempi di percorrenza più lunghi.
Secondo il Financial Times, l'incertezza ha alimentato la volatilità del prezzo del greggio e accresciuto le preoccupazioni dei mercati per la sicurezza delle forniture energetiche.
La proposta dei Paesi del Golfo
Nel tentativo di superare lo stallo, le monarchie del Golfo hanno avviato una nuova iniziativa diplomatica. Scrive il Corriere della Sera: "Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein stanno lavorando a una proposta comune da sottoporre all'Iran".
Il piano prevede il riconoscimento a Teheran di un contributo economico volontario collegato al passaggio delle navi, evitando però di configurarlo come un pedaggio o un dazio internazionale. L'obiettivo è favorire una riapertura graduale del traffico marittimo senza modificare il quadro giuridico che disciplina la navigazione nello Stretto.
Il ruolo di Muscat
L'Oman continua a svolgere la funzione di principale mediatore tra le parti. Come riferisce Reuters, il Sultanato mantiene da tempo canali di dialogo sia con l'Iran sia con gli altri Paesi del Golfo e ha ospitato diversi colloqui riservati dedicati alla sicurezza della navigazione.
La nuova proposta si inserisce in questo percorso diplomatico, nel tentativo di trovare un'intesa condivisa che consenta di ridurre le tensioni nell'area.
La posizione di Teheran
Da parte iraniana non è ancora arrivata una risposta ufficiale alla proposta. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha ribadito che i negoziati con l'Oman proseguono su base bilaterale e che gli Stati Uniti non prendono parte ai colloqui.
Le autorità iraniane, al momento, non hanno annunciato modifiche alle restrizioni che interessano lo Stretto, lasciando aperta l'incertezza sull'esito della trattativa.