La never ending story dello Stretto di Hormuz si arricchisce di un nuovo capitolo. E, ancora una volta, il copione cambia nel giro di poche ore. Dopo aver annunciato, come riferito da myfruit, che gli Stati Uniti avrebbero riscosso un pedaggio pari al 20% del valore di tutte le merci in transito, Donald Trump nelle ultime ore ha fatto marcia indietro.
E pertanto, a quanto pare, il provvedimento destinato a rivoluzionare il commercio marittimo mondiale e a incidere pesantemente su tutte le filiere, è durato meno di un giorno.
Conti difficili da far quadrare
Il presidente americano ha spiegato sul suo canale di riferimento, Truth Social, di aver deciso di sostituire il pedaggio con accordi commerciali e investimenti da parte dei Paesi del Golfo negli Stati Uniti, parlando di colloqui "estremamente produttivi" con i leader della regione. La nuova linea americana, se confermata, punta quindi a sostituire la tassa con accordi economici, mantenendo però il blocco nei confronti delle navi e dei porti iraniani.
Il dietrofront, va detto, non ha sorpreso gli osservatori internazionali. Già poche ore dopo l'annuncio, economisti e analisti avevano evidenziato come la misura fosse difficilmente applicabile.
Secondo i calcoli rilanciati dalla stampa economica internazionale, una superpetroliera con un carico di circa due milioni di barili avrebbe dovuto pagare oltre 34 milioni di dollari per attraversare Hormuz, un costo aggiuntivo di circa 17 dollari per ogni barile trasportato. Una cifra enormemente superiore ai pedaggi che l'Iran aveva ipotizzato negli ultimi mesi e incompatibile con il normale funzionamento dei mercati energetici.
La stessa cosa, in misura diversa, avrebbe inciso su tutte le merci.
Mercati e logistica restano in allerta
Il cambio di rotta non cancella però la volatilità. Il prezzo del petrolio di riferimento per i mercati internazionali, il Brent del Mare del Nord, resta elevato dopo la nuova escalation militare. Gli operatori della logistica continuano a monitorare una situazione che cambia quasi quotidianamente.
L'incertezza riguarda non solo il costo del greggio e del gas, ma anche i premi assicurativi, i noli marittimi e la programmazione delle spedizioni attraverso uno dei passaggi più strategici del commercio mondiale.
La guerra continua
Mentre il pedaggio sembra destinato a cadere nel dimenticatoio, il conflitto prosegue. Trump ha confermato che gli attacchi contro l'Iran continueranno e ha indicato come possibili prossimi obiettivi infrastrutture energetiche, ponti e centrali elettriche. Sul terreno, intanto, proseguono gli scambi di attacchi nel Golfo, con nuove tensioni lungo le rotte marittime e ulteriori episodi che coinvolgono navi commerciali.
La sensazione, come oramai da tempo, è che la vicenda di Hormuz sia destinata a proseguire aggiungendo di volta in volta nuovi capitoli e colpi di scena.
I porti sempre più strategici
Con lo Stretto di Hormuz divenuto il principale punto di vulnerabilità del commercio marittimo mondiale, i porti internazionali, soprattutto se situati in zone strategiche, stanno assumendo un ruolo di primaria importanza.
Per esempio gli Emirati Arabi Uniti stanno già ridisegnando la propria rete logistica da qualche settimana. Già all'inizio di maggio, era il 6 del mese, Reuters evidenziava come i porti di Fujairah e Khor Fakkan, affacciati sul Golfo di Oman e quindi esterni allo Stretto, fossero diventati il principale sbocco commerciale del Paese.
Le esportazioni di greggio attraverso Fujairah, alimentate dall'oleodotto che collega i giacimenti di Abu Dhabi direttamente alla costa orientale, risultavano aumentate del 38%, mentre Khor Fakkan aveva registrato un'impennata dei flussi container e del traffico terrestre, con i volumi settimanali saliti da circa 2mila a 50mila container e i camion in ingresso passati da circa 100 a 7mila al giorno.
Reuters riferiva inoltre che Gulftainer aveva già avviato un piano di espansione con un nuovo hub logistico nell'entroterra per sostenere l'aumento dei traffici.
Nelle ultime ore, però, è emerso un ulteriore segnale del carattere strutturale di questa trasformazione: secondo il Financial Times (l'articolo è del 13 luglio scorso), DP World, il colosso portuale controllato dal governo di Dubai e gestore del porto di Jebel Ali, sta valutando la costruzione di un nuovo porto multipurpose e di un terminal container sulla costa orientale di Fujairah, con l'obiettivo di ridurre la dipendenza dal porto di Jebel Ali e creare una via d'accesso ai traffici internazionali che non passi dallo Stretto di Hormuz.