Quando si parla di concorrenza nell’ortofrutta, oltre alla solita Spagna e all'emergente Grecia, si sente anche la pressione crescente della sponda sud del Mediterraneo: arance egiziane, carciofi tunisini, frutti di bosco dal Marocco, senza dimenticare la Turchia.
Ma la competizione arriva anche dal Nord Europa. Non è più una novità trovare nei reparti dei supermercati o dal fruttivendolo pere provenienti da Belgio e Olanda che magari non raggiungono la qualità delle italiane, lo sottolineano i produttori, risultano comunque apprezzate dai consumatori.
La sfida non è sul prezzo, come accade invece per le patate, dove a causa della sovraproduzione quest'anno il prodotto tedesco si è offerto a pochi centesimi al chilo e quello francese pur con quotazioni più alte resta competitivo. A complicare il quadro intervengono i cambiamenti climatici, che allungano le stagioni produttive del Nord e riducono la finestra di esportazione dei nostri ortaggi, con un impatto diretto sulla presenza italiana nei mercati dell'Europa settentrionali.
Calano le pere italiane, sempre più in concorrenza con il prodotto belga e olandese
La pericoltura emiliano‑romagnola è in una fase che non ha precedenti. A dirlo è Adriano Aldrovandi, agronomo e produttore modenese, vicepresidente di Apo Conerpo, che abbiamo incontrato dopo l’assemblea dei soci del Gruppo. Il quadro che delinea è chiaro: il settore non è più quello di dieci anni fa e le dinamiche di mercato si sono modificate profondamente.
Aldrovandi ricorda come, fino a pochi anni fa, l’Emilia‑Romagna potesse contare su circa 20.000 ettari dedicati al pero, una superficie che garantiva volumi importanti e una presenza costante sui mercati. Oggi, invece, gli ettari sono la metà, “qualcosina di meno”, precisa. E non è solo una questione di superfici: anche la produzione media per ettaro è calata, complice una combinazione di fattori climatici, fitosanitari e strutturali che hanno inciso sulla resa delle piante. Il risultato è un’offerta drasticamente ridotta rispetto al passato. Seppure ricorda l'imprenditore: la produzione della pera nella Regione supera quella dell'altra frutta più popolare. Grande calo, ma la pericoltura resta fondamentale per la filiera ortofrutticola emiliano romagnola.
“Il problema non è più avere così tanta frutta da rischiare il crollo dei prezzi”, spiega Aldrovandi ricordando dinamiche oggi superate. “Oggi la vera sfida è organizzare ciò che abbiamo e differenziarci dal resto del mondo. Con metà degli ettari e una produzione media più bassa, il mercato interno si svuota e la distribuzione, inevitabilmente, cerca prodotto altrove. È normale che arrivi dall’estero”.
Il vicepresidente di Apo Conerpo non nasconde la forza dei competitor europei. “Paesi come Belgio e Olanda hanno oggi produzioni elevate. E trovano riscontro nel mercato, nonostante possiamo contare su un prodotto più dolce”. Parole che fotografano un dato reale: la concorrenza del Nord Europa è cresciuta in quantità, organizzazione e qualità percepita.
Aldrovandi: "Le nostre pere sono diverse e lo sono davvero"
Per Aldrovandi, la risposta non può che essere una: valorizzare la specificità italiana, lavorando sulla distintività delle varietà, sulla qualità organolettica e sulla capacità della filiera di presentarsi compatta. “Dobbiamo sforzarci di far capire che le nostre pere sono diverse, e lo sono davvero. Ma serve un lavoro di sistema, continuo e coerente”.
La pericoltura regionale, dunque, si trova davanti a un bivio. Da un lato la riduzione strutturale dell’offerta, dall’altro la necessità di presidiare il mercato con un prodotto riconoscibile e un racconto coinvolgente. La sfida, conclude Aldrovandi, è trasformare una crisi di volumi in un’opportunità di ripensamento strategico, puntando su qualità, identità e coordinamento della filiera.
Un prodotto e un racconto che fanno la differenza con il Nord Europa
Aldrovandi riconosce che le pere del Nord Europa, pur diverse dalle italiane, hanno trovato un loro spazio. “Allora, intanto sono bellissime, poi più che altro crescono. Crescono in un clima dove il sole ce n’è tanto poco, quindi lo zucchero è meno, questo è vero, e le nostre sono diverse”, spiega. La distinzione, però, non è solo agronomica: è anche il risultato di un percorso costruito nel tempo. “Forse anche grazie al lavoro che abbiamo fatto nel raccontarla, nel organizzarla, nel darle una marca e valorizzando il marchio Igp”. Un impegno che oggi trova riscontro sul mercato: “Il nostro prodotto la distribuzione italiana lo apprezza e lo paga decisamente di più rispetto a quello estero. Il lavoro che abbiamo fatto sta dando frutti”.
Patate, Rizzoglio (Apo Conerpo): “Bologna buona remunerazione. Il Nord Europa condiziona il mercato e gli areali meno produttivi rischiano l’isolamento”
Dopo l’assemblea dei soci, Aldo Rizzoglio, vicepresidente di Apo Conerpo, traccia un quadro netto della situazione del comparto pataticolo. Anche qui, come in altri segmenti dell’ortofrutta, si avverte la pressione del prodotto nord‑europeo, che continua ad arrivare in Italia con prezzi molto competitivi. Un altro dato significativo riguarda le differenze interne tra gli areali produttivi. “Nella raccolta 2025 la zona di Bologna è completamente distante dal resto del Centro‑Nord - spiega Rizzoglio - Veneto, Piemonte e Abruzzo liquidano attorno ai 25 centesimi, mentre noi chiudiamo l’annata con un conto deposito a 44. È il risultato di anni di lavoro sui marchi: Selenella, la Dop, tutte le identità costruite nel tempo che oggi portano valore ai produttori”.
Marchi riconoscibili e apprezzati che permettono di salvaguardare i margini grazie ai consumatori che hanno capacità di spesa e scelgono la qualità, ma attenzione "è importante che resti questa fascia di consumatori con capacità di spesa" sottolinea Rizzoglio. Non manca, infatti, il prodotto meno costoso.
Francesi e tedeschi in Italia
Il confronto con l’estero resta quindi inevitabile. “Il prezzo del prodotto francese all’arrivo a Bologna è già molto competitivo, quello tedesco ancora di più. La distribuzione fissa i paletti: se le patate estere di qualità alta entrano a un certo prezzo, noi dobbiamo restare allineati, altrimenti siamo fuori mercato”.
Una dinamica che, secondo Rizzoglio, rischia di penalizzare gli areali meno produttivi, destinati a essere progressivamente abbandonati se non hanno la capacità di sostenere i costi in un contesto di concorrenza crescente.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il cambiamento climatico, che modifica i cicli colturali e restringe le scelte degli agricoltori. “Siamo a giugno, ci sono 38 gradi e non piove da 25 giorni: questo non è il clima di Bologna. O innaffi, con il carburante che costa più dell’anno scorso, oppure non raccogli. Oggi il problema dell’agricoltore non è cosa rende di più, ma cosa può piantare”.
E mentre il consumatore italiano continua ad apprezzare il prodotto nazionale, cresce la fascia di chi entra al supermercato con l’unico obiettivo di spendere il meno possibile. Una tendenza che, conclude Rizzoglio, rischia di diventare un limite strutturale per la tenuta della filiera.