Nei giorni scorsi, proprio mentre in città si svolgeva Luv, Bari è stata colpita da un nubifragio che ha intaccato anche le produzioni dell'uva da tavola della zona. Una dimostrazione pratica di quanto il cambiamento climatico influenzi la vita quotidiana di cittadini, consumatori e aziende.
Un tema anche al centro dell'incontro Cibaria. Evoluzione della viticoltura: clima, donne e storie, promosso da Le Donne dell'Ortofrutta proprio all'interno della manifestazione. Ospite d'onore il meteorologo Raffaele Laricchia, sul palco insieme a Benedetta Fatano, vicepresidente dell’associazione, e Lonia Pepe, viceresponsabile donne Coldiretti Bari. "Questi fenomeni ci sono sempre stati. Il problema è che aumentano per frequenza e intensità. E ciò accade perché ci sono condizioni estreme che si ricreano con più facilità", ha sottolineato l’esperto.
"Stiamo cercando di essere resilienti ma quello che sta accadendo negli ultimi anni è qualcosa di davvero complesso. Perché distrugge sia la produzione che gli impianti e ci fa temere per l'incolumità dei lavoratori", ha commentato per myfruit.it Teresa Diomede, titolare dell'azienda agricola Racemus, che sottolinea come, nel corso degli anni, con l'evolversi dei cambiamenti climatici, le aziende abbiamo cercato di trovare rimedi pratici per proteggere il lavoro in campo ma anche come, di fronte a fenomeni così estremi, spesso si rimanga impotenti. Accade così, come successo In Puglia pochi giorni fa, che il vento sia talmente forte da sradicare anche alcuni tendoni.
Il clima ha segnato un po' tutta la stagione, a partire da un’estate molto secca e calda che ha portato sotto stress le piante. “Siamo andati incontro a costi altissimi per irrigare con costanza. Il rischio era di perdere sia la produzione che le piante stesse. Non sappiamo neanche se, il prossimo anno, queste piante si riprenderanno”, ha spiegato la produttrice.
Diomede: "Sul mercato ora contrattazioni più vivaci"
Se il futuro in campo è pieno d’incognite, non da meno è la situazione sul fronte mercato: “La gente non compra più come una volta, probabilmente a causa delle difficoltà economiche. Spesso sentiamo lamentele per il fatto che, sugli scaffali del supermercato, le nostre uve sono proposte ad un prezzo troppo alto e quindi, invece di comprare uno o due chili di uva, un consumatore ne compra mezzo. Ma bisognerebbe anche riflettere sui rincari lungo la catena di distribuzione”.
Eppure, arriva un momento, non procrastinabile, in cui il prodotto deve essere raccolto. “Se il mercato frena, siamo costretti a stoccare in cella oppure a vendere sottocosto. Adesso che la Spagna, il maggior competitor italiano, in questa finestra di stagione ha quasi terminato la sua produzione, tocca a noi. E devo dire che le contrattazioni, in questo momento, sono più vivaci”.
Racemus è un'azienda che mantiene forte la tradizione nella coltivazione di uve con semi che ancora oggi copre la maggior parte della produzione. "Il consumatore risponde: credo che la qualità venga sempre ripagata, anche sulle uve tradizionali. Ovviamente guardiamo al futuro e una buona percentuale dell'azienda è già convertita da tempo sulle uve senza semi”, ha aggiunto.
La conversione di altri ettari da uva con semi a senza semi è tra le priorità per il prossimo futuro insieme alla ristrutturazione che riguarderà l'opificio aziendale. “C’è necessità di aumentare la superficie delle celle frigorifere. Viste le incertezze del contesto in cui viviamo, è bene avere la sicurezza di salvare la produzione quando il mercato non è ottimale o si verificano imprevisti”, ha concluso Diomede.
Autotrasportatori: ancora aperti i problemi alla base della protesta
Sulle dinamiche di mercato si è inserita anche la protesta degli autotrasportatori. La ripresa dei trasporti non azzera le conseguenze dei blocchi né le difficoltà economiche e organizzative emerse in questi giorni. Per l’associazione nazionale Le Donne dell’Ortofrutta, il fermo ha messo in evidenza quanto la tenuta di produzione, commercializzazione, logistica e distribuzione sia strettamente legata.
Da qui il richiamo a una maggiore condivisione delle responsabilità nell’affrontare i costi crescenti e le criticità che attraversano il settore. La ripartenza, avvenuta più di 24 ore dopo il previsto, ha consentito di riprendere le consegne, ma lascia aperti i problemi alla base della protesta. Nel caso dell’ortofrutta, la deperibilità dei prodotti rende ancora più stretto il rapporto tra continuità del trasporto, tutela della qualità e salvaguardia del valore delle produzioni.
“La ripartenza è un passaggio importante, ma non esaurisce i problemi emersi in questi giorni. Il valore dell’agricoltura nell’economia del Paese deve trovare riscontro anche nelle condizioni in cui lavorano le imprese. I costi crescenti non possono essere affrontati scaricando le difficoltà da un operatore all’altro: ciascuno deve assumersi la propria parte di responsabilità - ha dichiarato Giulia Montanaro, presidente dell’Associazione nazionale Le Donne dell’Ortofrutta - contribuendo a creare condizioni economicamente sostenibili lungo tutta la filiera”.
L’associazione considera positiva la ripresa del confronto tra Governo e rappresentanze dell’autotrasporto. Accanto alle risposte alle richieste della categoria, ritiene necessario riconoscere anche il valore dell’agricoltura per creare le condizioni perché il lavoro di ogni anello della filiera sia adeguatamente remunerato.
Giacovelli, spingere sul concetto di frutta made in Italy
Un punto confermato a myfruit.it anche da Anna Giacovelli, della Giacovelli srl: “La domanda di uva da tavola ha proceduto a rilento per tutta l'estate, con prezzi molto bassi, ma si è vivacizzata a partire da metà settembre anche in mercati come Germania, Austria e Francia - ha spiegato - Il prodotto italiano c'è, con qualità e quantità. Sia per il caro logistica o per il gusto del prodotto, diverso da quello delle primizie di altra origine, la domanda c'è. Ma bisogna continuare a parlare, in maniera sempre più preponderante, di made in Italy anche per la frutta"
Al prodotto dunque, sottolinea la produttrice, bisognerebbe dare più forza in termini d’origine: “Il made in Italy all'estero è ancora un valore nel momento in cui noi, dall'Italia, continuiamo a dargli un valore, senza svendere il prodotto o agire come piccoli feudi. Al made in Italy si associa spesso la pasta, l'olio, il vino. Bisogna parlare in maniera forte anche di frutta made in Italy”. Un tema su cui le Donne dell’Ortofrutta stanno lavorando facendo rete con Fruitimprese, con Global Women Fresh e altre associazioni, anche estere, puntando a una comunicazione a 360 gradi.
ll grande interesse per il made in Italy è dimostrato dal fatto che si stanno aprendo anche nuove possibilità e nuovi mercati. Quest'anno, per esempio, è stato sottoscritto il protocollo per l'esportazione in Sudafrica. C’ è stata inoltre la visita di una delegazione thailandese perché c'è un protocollo in itinere. Questi mercati saranno uno degli sbocchi futuri visto l'Europa è ormai satura”, ha aggiunto.
Rincari: troppa differenza tra prezzo all'origine e prezzo finale
Anche Giacovelli esprime preoccupazione sui rincari applicati al prezzo finale di vendita: “C’è da indagare su quello che accade da quando la merce parte dai nostri magazzini a quando arriva sugli scaffali. Senza giudicare nessuno, bisogna capire dove c'è il corto circuito”.
La stagione della Giocavelli è ancora in pieno svolgimento quindi ancora presto per fare bilanci, ma una cosa è chiara: “I costi sono aumentati per tutti. Il caro benzina non è arrivato adesso, lo subiamo e l'abbiamo subito già dall'anno scorso. A inizio anno abbiamo visto ripercussioni anche sul packaging”.
Sul fronte della produzione, Giacovelli sottolinea l'interesse che c'è tra i produttori per l’innovazione varietale. "Bisogna capire però come gestirla. La bravura sta lungo tutta la filiera. Il problema è ci si fa la guerra tra produttori per pochi centesimi, ma in realtà i margini sono risicatissimi per tutti. C'è da ridirezionare, piano piano, tutta la produzione verso più sbocchi: c'è da investire sulla frutta made in Italy", ha concluso.