Una pera dimenticata nella fruttiera può spiegare il valore dell’ortofrutta meglio di molti discorsi rivolti soltanto agli addetti ai lavori.
È lo spunto scelto da Andrea Segrè nell’editoriale “Quanto costa (davvero) quella pera che decidiamo di buttare”, pubblicato su Cook del Corriere della Sera.
Docente all’Università di Bologna, fondatore di Last Minute Market, ideatore della campagna Spreco Zero e direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher, l’autore parte da un gesto domestico per rendere visibili terra, acqua, energia e competenze impiegate nella produzione di un frutto. E per aiutare a distinguere il prezzo pagato alla cassa dal costo reale di un alimento, che - ad esempio - comprende anche gli effetti sull’ambiente e sulla società.
Per chi opera nel settore sono concetti familiari. Per chi acquista, non necessariamente. È proprio questa distanza a offrire una riflessione anche per "noi del settore": quanto di ciò che conosciamo riusciamo a comunicare fuori dalla cerchia professionale?
Dal linguaggio del settore alle domande di chi compra
Non serve elencare tutte le difficoltà di un’annata o trasformare ogni acquisto in una lezione di agronomia. Servirebbe un punto di contatto con l’esperienza quotidiana. Segrè lo trova in una pera acquistata e non mangiata: da lì, accompagna il lettore a distinguere il prezzo pagato dal costo reale del cibo.
La questione però va oltre lo spreco. Coltivazione, selezione, conservazione, distribuzione e attenzione alla sicurezza alimentare e allo spreco possono diventare argomenti accessibili anche a chi non ha mai visitato un’azienda agricola. Purché si parta dalle sue domande e non dal nostro linguaggio.
Non per chiedergli di diventare un tecnico, ma per aiutarlo a riconoscere ciò che trova sul banco del supermercato: non soltanto merce con un cartellino, ma il risultato di risorse, scelte e responsabilità.