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Nocciole: ecco perché nel Viterbese bisogna crederci

Settimio Discendenti (Cpn): “Veniamo da due anni molto complessi, ma il problema è il clima, non la coltura”

La nocciola può garantire reddito nel Viterbese? Fino a poco tempo fa la domanda poteva risultare assurda, essendo la Tuscia la maggiore area corilicola italiana. Tuttavia, le gelate tardive del 2021 e la  prolungata siccità nel 2022 hanno demoralizzato alcuni produttori, tanto che stanno aumentando i terreni in vendita, specialmente di quelli allevati a nocciola.
Tuttavia, sempre nel cuore della Tuscia, c’è anche l’altra faccia della medaglia: chi crede in questa coltura e sta pazientemente aspettando, senza negare tutte le difficoltà. Tra questi c’è Settimio Discendenti, 63 anni, storico corilicoltore della zona, che dal primo luglio 2022 si è insediato alla presidenza della Cpn di Ronciglione (Viterbo), acronimo di Cooperativa produttori nocciole. Myfruit.it lo ha interpellato sul futuro del comparto e della realtà che dirige.

Per alcuni produttori la nocciola nel Viterbese è in crisi e non sarebbe più redditizia. Lei è d’accordo?

No. Intendiamoci: veniamo da due anni molto difficili, tra la gelata del 2021, che ha fatto perdere tutta la produzione, e il caldo anomalo del 2022, che ha provocato comunque il 30% in meno di raccolto rispetto a un’annata nella norma. Inoltre, si sono aggiunti i costi di produzione alle stelle. Ma si tratta di una crisi dovuta a eventi estremi, mi auguro straordinari. Credo quindi ci siano ancora i margini per fare bene, auspicando naturalmente che tali episodi non si ripetano con grande frequenza.

Quindi si vendono i terreni?

Io non lo farei. E’ vero che ci sono appezzamenti che sono stati messi sul mercato, ma spesso chi tenta questa operazione non fa il corilicoltore come lavoro principale. Ripeto: non nego che esistano le difficoltà, penso che anche i prezzi abbiano risentito della situazione climatica e meteorologica. Non è che il prodotto nocciola, in sé, non abbia mercato.

I contratti di filiera possono essere una soluzione per di uscire dalla impasse?

Credo di sì, tanto che lo facciamo anche come cooperativa. Siamo infatti soci, con una quota del 10%, di Viconut, azienda di trasformazione che ha contatti con le più grandi industrie del settore.

Come produttori riuscite ad avere un prezzo minimo garantito?

No, perché ovviamente le quotazioni sono soggette alle dinamiche di mercato. Tuttavia, un contratto di filiera protegge dal rischio dell’invenduto, perché impegna comunque il soggetto trasformatore al ritiro del prodotto. Non sarà la soluzione a tutto, ma è già qualcosa potere contare su questa certezza. Tenuto conto, appunto, che la nocciola è una referenza sempre più richiesta sui mercati internazionali.

Esiste una soglia critica delle dimensioni dell’appezzamento sotto la quale convenga o no fare corilicoltura?

La superficie di un’azienda agricola è senz’altro un fattore importante. Non a caso, la nostra cooperativa rappresenta 132 soci, che coprono complessivamente oltre 2.000 ettari di terreno. In altri termini, in questa coltura funziona di più, normalmente, l’appezzamento di dimensioni medio-grandi.

Come stanno andando le adesioni alla cooperativa?

Sono molto soddisfatto sotto questo punto di vista. Anche nell’ultimo anno siamo cresciuti tra il 5 e il 10% e riceviamo costantemente richieste di altre adesioni.

Siete nel territorio che potrebbe produrre potenzialmente Nocciola Romana Dop. Lei crede in questo progetto?

E’ sicuramente un’opportunità, ma bisogna fare attenzione alle insidie che nasconde. I costi per certificarsi Dop sono infatti molto elevati e l’industria, che è la nostra principale referente, non è pronta a riconoscere un apprezzamento adeguato. Pertanto, credo che per molti produttori non sia in cima alla lista delle priorità.

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