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Ortofrutta, Emilia-Romagna ad un bivio

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I dati diffusi da Confagricoltura sul calo di superficie dedicata ai frutteti in Emilia-Romagna fotografano un disastro sul quale riflettere e agire.

È il comunicato di un associazione professionale, la Confagricoltura della Regione Emilia-Romagna, a ufficializzare, cifre alla mano, il disastro causato da oltre due, se non tre, decenni di politiche sbagliate (vedi qui).

Le cifre disponibili dal 1994 in poi evidenziano una perdita di superficie di frutteti pari al 43%, con picchi del 71% per quanto riguarda le pesche e del 51% sul fronte delle nettarine. Ma anche la pericoltura, un comparto che sembrava in salute fino a pochi anni fa, ha perso il 35% di superficie.

Una parte delle perdite di terreni è stata recuperata dall’aumento delle rese per ettaro introdotte con perizia in questi anni. Ma dopo l’allarmante analisi che Nomisma fece nell’ormai lontano 1996,  nessuna seria indagine è stata fatta in seguito. Si è andati a ricercare le cause e pertanto le scuse: consumi in calo, paesi mediterranei competitivi,  l’embargo russo, l’aumento dell’offerta di prodotti fuori stagione.

Spesso si legge dei 10/20 centesimi al chilo remunerati agli agricoltori per pesche e nettarine quando i soli costi di produzione arrivano a 50/60 centesimi, dati che nessuno mette in discussione e che non possono che portare all’espianto, poche volte però si parla dell’utilizzo spesso maldestro e fuori dalle regole dei tanti finanziamenti che arrivano dall’UE.

Che i tempi siano difficili è sotto gli occhi di tutti, ma altre regioni italiane (vedi l’Alto Adige che nonostante la scarsità di terreni continua ad aumentare la produzione) o altri Paesi europei come la Germania, l’Olanda ed in parte anche la Francia hanno addirittura migliorato i loro risultati (vedi i Paesi Bassi che hanno raddoppiato la produzione di pere).

Una buona politica avrebbe potuto evitare anche in Emilia-Romagna lo sfacelo messo in evidenza per la prima volta da una organizzazione di produttori frutticoli. Sono loro le prime vittime ma anche i primi responsabili visto che il giro d’affari e gli utili di tutti i vari addetti alla commercializzazione resistono sul mercato italiano ed aumentano su quello estero.

La domanda è: perché i prezzi non riescono a tenere il passo? I produttori emiliano-romagnoli devono chiedersi: sappiamo cosa chiede il mercato? Glielo stiamo offrendo? Le attuali tecniche produttive consentono il risparmio produttivo? (vedi quello che succede in Olanda con le pere). E ancora: è corretta la costante presenza ai massimi livelli politici di molti produttori orientati soprattutto alla produzione? Le politiche comunitarie da loro suggerite al governo regionale e nazionale sono quelle giuste?

In Alto Adige, per esempio, alle cooperative non è permesso commercializzare prodotti d’importazione e a nessuna di loro verrebbe in mente di cercare soci in altre zone produttive italiane o all’estero. Perderebbero sostegni e incentivi. È più difficile servire la propria clientela con questi limiti ma la concentrazione sulla propria “mission” e sui miglioramenti da adottare è senz’altro più incisiva.

La possibilità di invertire la rotta in Emilia-Romagna ci sarebbe, ma servono, però, drastici cambiamenti.

Credit foto: territorio.regione.emilia-romagna.it – pescheto nel ferrarese

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