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Uva da tavola, Cut: “Il distretto è un fatto, si lavori alla competitività”

Agli stati generali di filiera si è parlato di innovazione, aggregazione e promozione. Donnarumma: “Aggregazione fondamentale”

Qualcosa in più di una filiera, una vera e propria industria, come la definiscono all’estero”. Con queste parole di Donato Fanelli, responsabile comunicazione Cut (Commissione italiana dell’uva da tavola), si sono aperti oggi, 26 aprile, gli stati generali dell’uva da tavola. Un evento voluto e organizzato dalla Cut: “La nostra commissione – ha ricordato Massimiliano Del Core, presidente – nasce con l’intento di aggregare la filiera intorno a obiettivi comuni. Dopo quella della mela, siamo la seconda filiera sia per reddito e valore, sia per volumi”. 

Il distretto produttivo e gli sbocchi commerciali

Come è noto, la produzione di uva da tavola è concentrata in Puglia e Sicilia e si attesta sul milione di tonnellate. Di queste, circa il 50% sono esportate: “Il distretto produttivo non deve essere definito, esiste già ed è lampante – ha precisato Del Core – Quanto agli sbocchi commerciali, la nostra produzione è assorbita dall‘Unione europea, Svizzera e Regno Unito, ma dobbiamo trovare delle alternative”. Secondo quanto riferito Del Core, infatti, quello europeo è un mercato saturo, che rappresenta sì un’opportunità, ma che presenta anche delle insidie. Per esempio la concorrenza di Grecia e Spagna: “Con l’aiuto del Cso Italy  – ha spiegato il presidente – la Cut sta lavorando su alcuni potenziali mercati oltremare, in particolare Sud Africa, Cina, Tailandia e Vietnam. Ma i tempi non sono immediati”.

Il sistema Spagna e la domanda di seedless

Se, per l’Italia, a impedire che l’uva da tavola arrivi su altri mercati sono le infrastrutture, in Spagna il problema sembra non esistere: i mercati già aperti per la penisola Iberica sono, oltre all’Unione europea, la Cina, il Vietnam, l’India, il Sud Africa, il Marocco, il Canada, Singapore, Emirati Arabi e Mauritania: “Una strategia commerciale di cui dobbiamo prendere atto”, ha commentato Del Core.

Quanto alle tendenze, si conferma la crescita della domanda di uve seedless: “L’Italia si è fatta trovare in parte impreparata alla richiesta di prodotto senza semi – ha precisato Del Core – Ma oggi stiamo recuperando: se nel 2019 il rapporto uva con semi/uva senza semi era 80-20%, nel 2020 è cresciuto di 10 punti percentuali, 70-30“. Ma ci sono altre sfide di cui tenere conto: “Cresce la richiesta di uva da tavola bio e di prodotto confezionato – ha precisato il presidente – La domanda di prodotto imballato cresce non solo per l’emergenza sanitaria, ma va di pari passo con la domanda di uve senza semi”.

Gli strumenti risolutivi

“Per rispondere alla sfide e per essere maggiormente competivi – ha aggiunto Del Core – gli strumenti risolutivi sono l’innovazione varietale e tecnologica, l’aggregazione e la promozione“. Quanto a quest’ultimo punto, l’attenzione è alta sul catasto varietale, sull’analisi dei mercati, sullo sviluppo commerciale: “E’ stato messo a punto un progetto articolato su ricerca, promozione, innovazione che mette al centro il distretto dell’uva da tavola e che potrà mettere a disposizione della filiera circa 12 milioni“.

Donnarumma: “Il made in Italy è garanzia di qualità”

“Collaborazione tra produttori e condivisone di scelte e di know-how sono la chiave per essere competitivi – ha detto Annabella Donnarumma, esperta di Gdo italiana ed esteraL’aggregazione del mondo produttivo è fondamentale per fare sinergia con le insegne“. 

Donnarumma, ricordando l’apprezzamento che l’uva da tavola italiana raccoglie nei mercati esteri, ha messo in guardia dai pericoli: “L’immagine del made in Italy è sempre forte e garanzia di qualità – ha concluso – Ma l’aggregazione di filiera è fondamentale, perché Spagna e Grecia hanno fatto un ottimo lavoro e stanno lavorando bene anche i paesi balcanici, che arriveranno sul mercato con prezzi più competitivi. L’Italia può farcela, ma la filiera deve essere unita”.

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