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Mirtilli: grandi potenzialità per produzione italiana, ma il mercato interno non cresce

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All’indomani del Global Berry Congress di Rotterdam Thomas Drahorad fa il punto sulla situazione italiana: «i supermercati italiani si muovono con eccessiva prudenza».

La produzione italiana di mirtilli ha potenzialità ancora inespresse, anche a causa delle scelte della grande distribuzione organizzata. È ancora questo uno dei temi che ha riguardato il Belpaese all’ultima edizione del Global Berry Congress che si è da poco concluso in Olanda a Rotterdam.

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Thomas Drahorad, presidente di Ncx Drahorad

Grazie alle sue condizioni climatiche e territoriali l’Italia ha la potenzialità per essere presente nel mercato dei mirtilli da febbraio fino a novembre, spiega Thomas Drahorad, presidente di NCX Drahorad e che è stato uno dei relatori del più importante congresso dedicato ai berries.

Come si struttura la produzione dei mirtilli italiani?

Si estende su una superficie di 900 ettari e attualmente la varietà precoce Duke rappresenta il 75% complessivo della produzione. Il 75% della produzione italiana è destinata all’esportazione. Sempre il 75% della produzione si trova nel Piemonte, un’area dove tutta la produzione è in suolo grazie alle caratteristiche dei terreni a disposizione, dotati della necessaria acidità. Le altre regioni di produzione sono il Trentino-Alto Adige (150 ettari), il Veneto (con circa 120 ettari in produzione fuori suolo nella zona di Verona) e la Lombardia (100 ettari). Altre aree minori sono nel centro Italia (Toscana e Lazio), nel sud (Puglia e Calabria) e in Sicilia.

La varietà di zone di produzione quali vantaggi porta?

Mentre la maggior parte dell’offerta si concentra attualmente nel periodo giugno-agosto, l’Italia ha la potenzialità di essere sul mercato da febbraio (con le varietà precoci in Sud Italia) fino a novembre (con le varietà tardive e la frigoconservazione). Oltre alla varietà Duke, in Italia sono attualmente in produzione Draper®, Ozark Blue®, Aurora®, Huron®, Blue Ribbon®, Top Shelf®, Cargo®, Last Call®, e due varietà particolarmente adatte al clima mediterraneo che si trova nelle regioni meridionali come Ventura® e Rabbit Eye®.

A quali segmenti di mercato si rivolge la produzione italiana e quali sono i canali distributivi?

Si rivolge a tre segmenti di mercato: standard, dove l’Italia ha dei vantaggi in termini di gusto, conservabilità e regolarità nelle caratteristiche qualitative; premium, con varietà a calibro grande e lavorazioni con linee calibratrici e, infine, biologico, di cui è certificata circa il 25% della produzione italiana. La produzione è destinata all’export, che a seconda delle zone varia dall’85% della produzione del Piemonte fino al 10% della produzione del Trentino, ai supermercati locali, (dal 10% al 40% a seconda delle aree di produzione), alle vendite locali (dal 10% al 40% viene venduta localmente a negozi o venditori ambulanti), mentre il 10% è destinato ai grossisti italiani.

Quali sono le strategie per competere sui mercati?

Fin dall’inizio della produzione, le aziende italiane hanno sfruttato la finestra di esportazione tra la fine della produzione spagnola (inizio giugno) e l’inizio della produzione del Nord Europa (fine luglio). I produttori italiani puntano ad estendere il calendario tramite innovazione varietale e espansione delle regioni di produzione. Va detto che l’Italia gioca un ruolo rilevante a livello europeo nel segmento premium e biologico, ma il mercato interno è ancora poco sviluppato.

Come si potrebbe intervenire per svilupparlo?

Gli operatori (produttori e importatori) lamentano un’immaturità del dettaglio italiano, in particolare della grande distribuzione che ancora non ha colto a pieno le potenzialità della categoria dei piccoli frutti e quindi anche dei mirtilli. Con un consumo pro-capite che è meno del 10% di quello realizzato sul mercato britannico, i supermercati si muovono ancora con eccessiva prudenza.

Qualche esempio?

A metà febbraio 2019, quando il prezzo dei mirtilli del Sudamerica era di circa 60 centesimi di euro, reso Italia per cestino da 125 g, ad esempio il principale supermercato italiano (Coop) vendeva in un punto vendita di medie dimensioni (1600 mq) della provincia di Modena lo stesso cestino, collocato in un’area non refrigerata del punto vendita a 2 euro e 79 centesimi. Queste errate gestioni della stagionalità, dei formati di vendita, la mancanza dei banchi refrigerati e i ricarichi eccessivi che si riscontrano anche in altri operatori della distribuzione al dettaglio stanno rallentando il soddisfacimento delle richieste dei consumatori italiani. Secondo le rilevazioni compiute da Myfruit nella settimana 15, nei punti vendita di Bologna il prezzo dei mirtilli oscillava del 100% tra il minimo di euro 11.96/kg (Euro 1.49/125g) e il massimo di Euro 23,92/kg (2.99/125g)., mentre il 54% dei punti vendita con i piccoli frutti in assortimento aveva solo 2 o 3 referenze in vendita (normalmente una ciascuna di mirtillo, lampone, mora).

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