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Obbligo indicazione origine in etichetta anche per succhi a base di agrumi. Il sì del Consorzio Clementine IGP di Calabria

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Autore Redazione

Giorgio Salimbeni: «Auspichiamo che la discussione alla Camera in materia di etichette, venga orientata per accordare anche al nostro comparto la stessa linea già seguita per la tutela del pomodoro da industria».

Se l’obbligo di indicazione dell’origine per i trasformati di pomodoro venisse applicata in tempi brevi anche per il comparto dei succhi e dei trasformati a base di agrumi e in generale di tutti i prodotti a base di ortofrutticoli sarebbe un grande passo avanti per tutto il comparto. Così qualche giorno fa aveva affermato Antonio Schiavelli, presidente di Unaproa, parlando espressamente di “atto ci civiltà” e sulla stessa linea d’onda è ora anche Giorgio Salimbeni, presidente di un Consorzio che ha certamente molti interessi su quello che sta succedendo in questi giorni all’interno della XIII Commissione permanente Agricoltura alla Camera.

ClementineIgpCirca il 20% delle clementine di Calabria Igp, infatti, vengono destinate ogni anno proprio all’industria di trasformazioni, pari a un milione di quintali. “L’obbligo di etichette con l’indicazione di origine della materia prima per succhi e trasformati a base di Clementine di Calabria IGP rappresenta un passo importante nel processo di valorizzazione e riconoscimento di questa eccellenza agrumicola italiana – afferma in una nota Salimbeni -. Per questo auspichiamo che la discussione in corso alla Camera relativa al recepimento della normativa europea in materia di etichette, venga orientata per accordare anche al nostro comparto la stessa linea già seguita per la tutela del pomodoro da industria”.

I grandi quantitativi di clementine che non trovano spazio nel mercato del fresco a causa della pezzatura o per la presenza di difetti  hanno comunque ottime qualità organolettiche che – afferma sempre il Consorzio – l’industria della trasformazione ricerca per addolcire il sapore delle bibite. “Tuttavia l’assenza di ogni indicazione di origine le trasforma in commodity che vengono remunerate alla cooperativa 0,01 centesimi al chilo mentre al produttore vengono caricate come scarto. Questo significa andare sotto i costi di produzione ossia lavorare in perdita”.

“Una normativa che vada in questa direzione – conclude Salimbeni -, opera non solo sulla valorizzazione di trasparenza e tracciabilità dal campo al cliente finale ma si traduce in un supporto significativo alla competitività globale del made in Italy ortofrutticolo riconosciuto e richiesto in tutto il mondo proprio per la specialità delle condizioni pedoclimatiche in cui viene prodotto. Riconoscere l’origine ci permette di creare valore aggiunto al lavoro delle nostre piccole e piccolissime aziende che, sul mercato mondiale, devono fronteggiare colossi dell’industria agricola a cui, per qualità di prodotto, nulla abbiamo da invidiare”.

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