Innovazioni, tecnologie e packaging

25 settembre 2026

Piraccini: "L’Africa chiede filiere, non solo macchinari"

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Con le missioni di settembre a Maputo (Mozambico) e Harare (Zimbabwe) si è chiusa la prima annualità di On the Road to Africa, il progetto promosso da Italian Agrifood Technology for Africa e Cibus Tec per mettere in relazione imprese italiane dell’agrifood con aziende e istituzioni dell’Africa subsahariana. Dopo Senegal e Kenya, l’iniziativa ha toccato cinque realtà in quattro Paesi, con incontri b2b e visite sul campo. A Maputo sono stati coinvolti circa 80 stakeholder, a Harare oltre 40.

Al centro non c’è solo l’export di tecnologie, ma il contributo che competenze, innovazione e organizzazione di filiera possono offrire a mercati in trasformazione. Myfruit.it ne parla con Renzo Piraccini, coordinatore della rete Italian Agrifood Technology for Africa e presidente di Agrifood Consulting.

Piraccini, che cosa resta della prima annualità di On the Road to Africa?

Resta prima di tutto la conferma che non ha senso parlare dell’Africa subsahariana come se fosse un mercato unico. Senegal, Kenya, Mozambico e Zimbabwe hanno caratteristiche, livelli di sviluppo, organizzazioni produttive e priorità molto diversi. Proprio per questo abbiamo costruito missioni che non fossero semplici presentazioni di tecnologie italiane, ma occasioni per conoscere sul campo le filiere locali, incontrare aziende, istituzioni e operatori e capire quali siano i bisogni reali.

Il progetto ha toccato Dakar e Saint-Louis in Senegal, Nairobi in Kenya, Maputo in Mozambico e Harare in Zimbabwe. In ogni tappa abbiamo portato imprese italiane, organizzato incontri b2b e visite ad aziende e impianti. L’obiettivo era avviare relazioni concrete, non limitarsi a una presenza istituzionale.

Qual è la domanda che avete trovato più spesso nei Paesi visitati?

La richiesta più forte riguarda l’innovazione applicata: tecnologie che consentano di migliorare la produzione, ridurre le perdite, aumentare l’efficienza nella trasformazione, conservare meglio il prodotto e costruire filiere in grado di generare più valore sul territorio.

In molti casi, il potenziale agricolo è rilevante, ma manca un collegamento adeguato tra produzione, post-raccolta, trasformazione, logistica e mercato. È qui che l’esperienza italiana può essere utile. Non si tratta soltanto di fornire una macchina, ma di contribuire a ragionare sull’intera catena del valore.

Quando parla di filiera, quali sono le priorità più rilevanti per l’agroalimentare africano?

Le priorità cambiano da Paese a Paese, ma ci sono alcuni temi ricorrenti. Uno riguarda la riduzione delle perdite post-raccolta, particolarmente importante per prodotti freschi e deperibili. Un altro è lo sviluppo della trasformazione locale, perché esportare materia prima senza lavorarla sul posto significa rinunciare a una parte importante del valore.

Poi ci sono l’efficienza idrica ed energetica, la qualità, la sicurezza alimentare, il confezionamento e la capacità di portare il prodotto al mercato con continuità. L’Italia ha un patrimonio di tecnologie e competenze molto adatto a intervenire su questi snodi, soprattutto attraverso soluzioni calibrate sulle dimensioni e sulle caratteristiche delle imprese locali.

Le missioni hanno confermato l’interesse verso il made in Italy?

Sì, il riscontro è stato molto positivo. In Mozambico abbiamo incontrato circa 80 stakeholder, tra imprese, istituzioni, organizzazioni di settore e rappresentanti di organismi internazionali. In Zimbabwe l’incontro ha coinvolto oltre 40 interlocutori e la visita alla Montgomery Farm, nell’area di Harare, è stata particolarmente utile perché ha permesso un confronto diretto sulle esigenze delle imprese agricole locali.

L’interesse c’è, ma non va interpretato in modo superficiale. Sono mercati che chiedono interlocutori affidabili, capacità di assistenza, trasferimento di know-how e progetti sostenibili nel tempo. Per questo la presenza deve essere costruita con metodo, insieme alle istituzioni e ai partner locali.

Quale approccio devono adottare le imprese italiane interessate all’Africa subsahariana?

Devono evitare l’idea del risultato immediato. Questi mercati richiedono tempo, preparazione e conoscenza. Bisogna individuare il partner giusto, comprendere le regole locali, valutare la sostenibilità finanziaria dei progetti e costruire fiducia.

Le tecnologie italiane sono competitive, ma il vantaggio non può essere solo tecnico. Conta la capacità di seguire il cliente, formare gli operatori, garantire assistenza e adattare le soluzioni alle condizioni effettive del mercato. Lavorare in Africa significa costruire rapporti di lungo periodo.

Quale ruolo svolgono le istituzioni in questo percorso?

È un ruolo essenziale. Il supporto di Ice Agenzia, del Maeci e delle Ambasciate italiane è stato determinante per organizzare le missioni e creare occasioni di incontro autorevoli. A Maputo hanno partecipato, fra gli altri, il ministro dell’Agricoltura mozambicano Roberto Mito Albino, l’ambasciatore d’Italia Gabriele Annis e rappresentanti di Fao, Ifad, Banca Mondiale e Banca africana di sviluppo.

Ad Harare, il forum è stato promosso dall’Ambasciata d’Italia con l’assistenza di Ice Johannesburg e la collaborazione di organizzazioni locali. La delegazione italiana ha coinvolto sette realtà specializzate, fra cui Unitec, Greenexta, Aretè, FC Engineering, Tropical Food Machinery, Cibus Tec e Tuttofood.

Che cosa succede ora, dopo la conclusione della prima annualità?

Il lavoro comincia adesso. Le missioni servono ad aprire relazioni, individuare interesse e comprendere dove possono nascere collaborazioni. Il passaggio successivo è trasformare i contatti in progetti, con un lavoro di approfondimento che coinvolga aziende, partner locali e istituzioni.

L’Africa subsahariana non è un’opportunità indistinta, né un mercato semplice. E' un’area in cui cresce il bisogno di modernizzare le filiere agroalimentari, ridurre le perdite, aumentare la trasformazione locale e garantire qualità e disponibilità di cibo. Se le imprese italiane sapranno portare tecnologie, competenze e una presenza stabile, potranno contribuire a questo processo e, al tempo stesso, costruire nuove opportunità di sviluppo.

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