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Lo sdoganamento della frutta esotica, ma non solo

Non solo ananas, banane o avocado, ma spazio anche a verdure cinesi o peruviane. Un libro per approfondire

Al mercato torinese di Porta Palazzo, Zhong Jinyung, ex bracciante cinese, nel suo banchetto vende pak choi (cavolo), pagkoa (cetrioli lunghi anche due metri) e chez (melanzane lunghe e sottili). Secondo Roberta Ferraris, autrice del libro “Verdura e frutta esotica” edito da Terre di mezzo, anche a Prato, dove esiste la comunità cinese più numerosa d’Italia «stanno nascendo aziende agricole che portano i prodotti cinesi direttamente nei nostri mercati. D’altra parte il clima è simile: si possono coltivare tranquillamente i loro prodotti anche qui».
L’Huffington Post italiano, prendendo spunto dai recenti dati diffusi dal Cso, che vedono in mezzo al crollo dei dati dei consumi di frutta e verdura in Italia la crescita, invece, del consumo di frutta esotica, dedica un articolo a questo argomento, sottolineando come «Rispetto a dieci anni fa poi non si parla solo più di frutta esotica, ora anche la verdura cinese o peruviana occupa il suo spazio sia al mercato quanto nella grande distribuzione».
Spazio, quindi, all’alchechengi o all’avocado, ma nel futuro, probabilmente, anche all’Ají amarillo, il rocoto e l’olluco.

Nella foto, tratte da Terre di mezzo, l’Olluco (un tubero simile alla patata) e il Recoto (simile a un pomodoro, in realtà uno dei peperoni più piccanti al mondo)

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