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Oliva taggiasca. Un’opportunità mancata?

Mentre due comuni si contendono la paternità, in mancanza di una certificazione le contraffazioni aumentano.

Meglio la DOP o la De.Co? È arrivata prima nel comune di Seborga o in quello di Taggia? Oggi i giornali, sia il Corriere della Sera che il Secolo XIX, si occupano delle pregiate e note olive del ponente ligure che danno origine a uno degli oli più rinomati e ricercati in Italia, ma non solo. Emerge però il problema delle olive taggiasche, da assaporare in salamoia: mentre, infatti, l’olio che se ne ricava è tutelato dalla certificazione di origine oramai da tempo, il frutto in sé no. A lanciare l’allarme è sia il Consorzio di tutela dell’olio extravergine di oliva DOP Riviera Ligure che la Coldiretti: «la taggiasca viene taroccata, almeno per il 60% – denuncia infatti Antonio Fasolo, presidente di Coldiretti Imperia -. Ho visto persino un’etichetta australiana che spacciava per taggiasche delle olive leccine».

E così, più che combattere in modo campanilistico per vedersi riconosciuta la paternità della nota oliva, secondo Giorgio Lazzaretti, presidente del Consorzio che tutela l’olio DOP, occorrerebbe fare sistema per tutelare la cultivar in sé, che potrebbe rappresentare un’ottima fonte di reddito per gli agricoltori: «Un produttore grazie alle olive in salamoia – afferma Lazzaretti sulle pagine del Secolo XIX – riesce a integrare il reddito, a garantire produttività alla sua azienda». Un chilo di olive in salamoia all’ingrosso, infatti, vengono vendute anche a 4 euro al chilo, quelle per l’olio tra i 1,60 e 1,70 euro al chilo.

Fonte foto: www.imfromim.it

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