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Mercato di Verona, slitta il trasferimento

Rinviata la firma per il trasferimento delle attività al Centro agroalimentare.

Il tira e molla tra la Veronamercato e gli operatori del Mercato ortofrutticolo continua. L’altro ieri i grossisti avrebbero dovuto firmare, secondo quanto richiesto dalla società, il contratto preliminare per il trasferimento delle attività nel nuovo Centro agroalimentare realizzato al Quadrante Europa per la cifra di 170 miliardi, ma l’appuntamento, dopo le polemiche dei giorni scorsi, è saltato e la nuova scadenza per la sottoscrizione dell’accordo è stata fissata al 31 agosto. Gli operatori non sembrano per nulla intenzionati a rispettare, come lo chiamano, questo nuovo “ultimatum” e minacciano di scendere in piazza e di organizzare azioni di protesta se il sindaco Michela Sironi non interverrà per risolvere l’intera vicenda.
“Noi continuiamo a rifiutare il contratto preliminare”, affermano in un comunicato congiunto Agover (Associazione grossisti ortofrutticoli veronesi) e Cigra (Consorzio imprenditori grossisti agroalimentari), “in quanto Veronamercato non ha ancora fornito soluzioni alle questioni più importanti che riguardano il futuro delle nostre aziende. Abbiamo chiesto alla società, finora senza risultato, di prorogare la data della firma del preliminare al 30 settembre, in modo da consentire la costituzione di un tavolo di lavoro il cui scopo è di dare soluzione ai problemi di carattere tecnico-commerciale che ricadranno sulle imprese al momento del trasferimento nella nuova struttura”.
Le due associazioni, che rappresentano un gruppo di oltre 80 iscritti che fatturano circa 1.000 miliardi l’anno, movimentano, nello stesso periodo, 4 milioni di quintali di merce e danno lavoro, direttamente o attraverso l’indotto, a più di 3.000 persone, giudicano il Centro già vecchio nella concezione e lamentano la carenza di celle e magazzini, di spazi a disposizione della clientela e anche l’assenza delle tettoie per proteggere le operazioni di carico e scarico quando piove.
Inoltre denunciano la mancanza di previsione in relazione alla collocazione della grande distribuzione, degli esportatori, della distribuzione al dettaglio e dei ristoratori, e criticano la scarsa capacità decisionale in merito agli insediamenti diversi dall’attività ortofrutticola (cioè carne, pesce, fiori e generi misti, uffici e centro asta, ritenuto “non necessario e comunque eventualmente da aprire solo ai prodotti locali”).
Infine reputano eccessivamente oneroso l’adeguamento degli stand in cui gli operatori dovranno trasferirsi per svolgere l’attività (si calcola una spesa da 2 a 500 milioni per azienda), visto che gli spazi non hanno le dotazioni strutturali richieste, come ad esempio l’impianto elettrico.
“Le nostre proposte”, spiegano Marco Marrapese e Roberto Montresor, presidenti rispettivamente di Agover e Cigra, “non sono state prese in considerazione ed abbiamo ottenuto sistematicamente un rifiuto da parte di Veronamercato, la quale ci propone invece di firmare un contratto in bianco per poi aprire il dialogo che da tempo sollecitiamo. Le assemblee delle associazioni, esclusi pochi indecisi, hanno stabilito di non firmare il preliminare nemmeno il 31 agosto, a meno che non ci sia un intervento diretto del sindaco Sironi, la quale deve chiamare a colloquio i professionisti (l’avvocato Enrico Morgante ed il commercialista Paolo Bonamini) che hanno trattato le nostre richieste direttamente con la Veronamercato”.
“Se non ci sarà un segnale preciso da parte del primo cittadino”, ammoniscono i presidenti, “siamo seriamente intenzionati ad organizzare qualche manifestazione di protesta, portando magari i nostri camion in piazza Bra o distribuendo gratuitamente alla cittadinanza frutta e verdura”.
Ma non è tutto, perché gli operatori, che si definiscono ormai “esasperati”, stanno pensando anche ad un’altra soluzione: la creazione di un nuovo mercato in provincia.
“Non si tratta di un bluff”, sottolineano Marrapese e Montresor, “ma di una proposta concreta avanzata dal sindaco di un paese che si è detto disponibile a realizzare un centro agroalimentare privato con 60-70 aziende, garantendo gli spazi necessari ed anche le possibilità per trovare i finanziamenti e le autorizzazioni”.
“La nostra categoria”, concludono, “non intende mettere a rischio il proprio futuro tramite decisioni prese avventatamente che possono compromettere il lavoro di generazioni”.(a.c.)

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