La crisi nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi chiave per il commercio mondiale di petrolio, si sta facendo sentire sui mercati energetici. Oggi il Brent, ossia il prezzo di riferimento mondiali per il petrolio greggio, ha superato i 104 dollari al barile e il rialzo del petrolio si riflette rapidamente sui carburanti, con ricadute a cascate su tutti i settori.
E infatti, per il sistema logistico europeo – e quindi anche per la filiera ortofrutticola – questo significa un possibile aumento dei costi del gasolio per il trasporto su gomma, con effetti a catena sui costi di distribuzione e sulla competitività delle imprese.
Uno scenario che nelle ultime ore ha spinto l’Unione europea a discutere possibili iniziative per garantire la libertà di navigazione nello Stretto. Il tema è al centro del Consiglio Affari Esteri, che sta raccogliendo pareri favorevoli e contrari. Di certo c'è un denominatore comune: cautela.
La posizione degli Usa e i conti per riaprire Hormuz
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di riaprire lo Stretto di Hormuz, dove 600 navi restano bloccate dai pasdaran iraniani, e chiede agli alleati di contribuire alla sicurezza della rotta marittima. L’impresa, però, si prospetta difficile e rischiosa, e Trump ha criticato Londra per non aver risposto alle sue richieste di supporto.
Proteggere questo snodo strategico, cruciale per l’energia globale, richiederebbe un impegno enorme: gli iraniani possono attaccare con droni, missili a corto raggio e piccole imbarcazioni veloci, già responsabili di una ventina di incidenti. Le opzioni sul tavolo includono raid aerei, scorte navali alle petroliere e persino interventi di terra, ma nessuna garantisce sicurezza rapida o totale.
Anche se le operazioni avessero successo, convincere armatori e compagnie assicurative a riprendere il transito potrebbe richiedere mesi, con vaste aree della Difesa statunitense esposte e migliaia di soldati impegnati.
L’ipotesi europea: rafforzare le missioni esistenti
Secondo l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, la questione di Hormuz è fuori dall’area operativa della Nato e richiede una valutazione specifica da parte degli Stati membri. In questo quadro si discute soprattutto di rafforzare le missioni europee già attive nel Mar Rosso, come Operazione Aspides – lo scudo europeo per proteggere le navi commerciali dalle minacce nella regione – e Operazione Atalanta, nata per contrastare la pirateria.
Per ora, però, a Bruxelles, l’ipotesi di una missione militare nello Stretto non è sul tavolo e l’orientamento dell’Ue è piuttosto quello di rafforzare le operazioni navali già esistenti. L’idea sarebbe quindi potenziare le capacità europee di sicurezza marittima, senza però estendere formalmente il mandato di queste missioni fino allo Stretto di Hormuz.
I Paesi favorevoli...
Tra i governi più attivi nel cercare una soluzione c’è la Francia. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato della possibilità di una missione “puramente difensiva” per garantire il passaggio delle navi e ristabilire la circolazione di petrolio e gas nella regione.
Anche il Regno Unito si sta muovendo per costruire un piano con partner europei, del Golfo e con gli Stati Uniti. Il premier Keir Starmer ha spiegato che l’obiettivo è trovare una soluzione per riaprire lo Stretto, ma ha chiarito che non si tratterà di una missione della Nato.
... e quelli contrari
Diversi governi europei restano però molto cauti. La Spagna ha già escluso qualsiasi partecipazione a operazioni militari nello stretto, sostenendo che la priorità debba essere la fine del conflitto e non l’escalation militare.
Anche altri Paesi europei, tra cui Germania, Italia e Grecia, hanno segnalato di non voler partecipare a missioni militari nello Stretto di Hormuz. L’Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, si è detta disponibile a rafforzare le missioni europee già in corso ma ritiene difficile modificarne il mandato per operare direttamente nello stretto.
L'impatto energetico costantemente monitorato
Nel frattempo Bruxelles segue con attenzione anche l’impatto energetico della crisi.
Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha spiegato che l’Ue si sta preparando a possibili scenari peggiori e che, oltre a monitorare la situazione, è necessario predisporre misure a breve termine per sostenere gli Stati membri qualora la crisi dovesse aggravarsi.
Secondo il commissario, l’Europa non ha un problema immediato di sicurezza delle forniture, perché dipende relativamente poco dal petrolio e dal gas provenienti dall’area, ma deve affrontare soprattutto il rischio di un aumento dei prezzi dell’energia.