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Mandorle: per venderle si attendono tempi migliori

Gaetano Rubertis: “Di solito le quotazioni sono altalenanti, invece da ottobre i ribassi sono costanti”

E’ una situazione complessa quella che, in termini commerciali, stanno vivendo le mandorle. Anche quelle italiane e di qualità, biologiche e Presidio Slow Food, come è il caso di Gaetano Rubertis, quarta generazione dell’azienda di Toritto (Bari) che porta il suo cognome, e fornitore da anni di alcuni negozi e ristoranti gourmet del nord Italia e di tutta Europa, che si rivolgono a lui per avere un prodotto di eccellenza.

“La campagna 2023 – spiega Rubertis – è stata molto difficile. Nella nostra zona, infatti, prima abbiamo dovuto affrontare problemi di gelate tardive, poi il grande caldo e la siccità di luglio, con diverse settimane a 42 gradi e punte 45 gradi. Questi stress termici hanno danneggiato sia le piante sia i frutti, rigando questi ultimi e compromettendo quindi la qualità. Insomma, sul 50-60% che è stato raccolto rispetto a una produzione normale abbiamo dovuto lavorare molto anche in fase di post-raccolta, per selezionare a mano solo le mandorle di alta qualità”.

Questo grande sforzo, tuttavia, non sta trovando riscontro sul mercato. Rubertis non se la sente di incolpare nemmeno solo o soltanto la concorrenza estera. “In realtà – continua – il prodotto di altre provenienze c’è sempre stato, quindi non credo che i listini risentano esclusivamente di questo fattore. Difficile comunque spiegare cosa stia succedendo perché da ottobre i listini delle mandorle sono scesi costantemente, mentre di solito vanno un po’ in altalena. Oggi, all’ingrosso, si attestano sui 4,5 il chilo. L’anno scorso, ho chiuso contratti a 7 euro il chilo. Per non buttare via tutto il lavoro fatto e anche perché con l’attuale situazione faticherei a recuperare i costi di produzione, sto aspettando a vendere grandi quantitativi, limitandomi a fornire negozi di nicchia”.

Rubertis, produttore biologico dal 1996, continua comunque ad avere fiducia nel futuro della mandorlicoltura. “Gli ultimi due o tre anni – prosegue – non sono stati molto fortunati. Io comunque credo in questa coltura e nello sviluppo della Filippo Cea, la nostra varietà tradizionale che si adatta a diversi usi, sia per il dolce sia per il salato”.

Ultimo, ma non meno importante, Rubertis segnala un problema inedito dalle sue parti. “A inizio Anni Duemila – spiega – è stato deciso a livello istituzionale di re-introdurre il cinghiale. In queste zone, però, non c’era mai stato. Oggi questi animali si sono già moltiplicati in gran numero e rappresentano sempre più un’insidia per chi fa agricoltura”.

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