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Prodotti

Peperoncino made in Italy, il nemico è il prodotto estero?

Monaco (Accademia del peperoncino): “Marchio italiano”. Aita (Val d’Esaro): “Ok Igp calabrese”. Nadiani (Agricola Alba): “Delusione Gdo”

La domanda di peperoncino da parte del mercato italiano è elevata, la produzione interna è quantitativamente scarsa e la concorrenza del prodotto estero è discutibile perché, soprattutto se si parla di polvere, le procedure per l’essiccazione sono meno rigorose e le norme di natura igienico-sanitaria sono più lasse rispetto a quelle italiane. Il che, in ultima analisi, come si è già detto nei giorni scorsi, si traduce in prezzi del prodotto estero anche cinque volte più bassi rispetto al prodotto made in Italy. Ma quali sono le soluzioni che propone la filiera? Myfruit.it ha fatto il punto con Enzo Monaco, presidente dell’Accademia del peperoncino, e alcuni produttori. Emerge un quadro complesso.

Accademia del peperoncino: “Il nemico è il prodotto estero, no ai campanilismi”

Enzo Monaco, presidente dell’Accademia del peperoncino

Secondo il presidente dell’Accademia del peperoncino, che riunisce cinquemila soci, il problema è la mancanza di massa critica: “Il nemico da sconfiggere è il prodotto estero – esordisce – Negli altri Paesi le produzioni sono a perdita d’occhio, realmente intensive. Mentre in Italia regna la frammentazione; uno, due ettari per produttore. Per tale ragione, da qualche tempo, riteniamo che sia da valutare la creazione di un marchio italiano, con eventuali sottomarchi regionali“.

Un’idea che potrebbe non piacere alla Calabria la quale, oltre a essere nell’immaginario collettivo la terra del peperoncino, da circa 15 anni porta avanti, al momento senza successo, la strada del riconoscimento Igp (Indicazione geografica protetta): “Gli eccessivi passaggi burocratici, soprattutto di un tempo – ricorda il presidente – hanno bloccato l’iter di approvazione. Il problema principale, però, resta la scarsa disponibilità di prodotto, che costringe a importare il 70% del peperoncino consumato in Italia. Le prospettive ci sono, ma occorre una politica di incentivi e la coesione dei produttori. La produzione è solo il primo passo, poi occorre trasformare, commercializzare e fare marketing”.

Val d’Esaro, peperoncino calabrese: “Il nemico è il falso made in Italy”

Maurizio Aita, titolare Val d’Esaro

Non è d’accordo nel portare avanti un riconoscimento italiano Maurizio Aita, titolare dell’azienda Val d’Esaro (Cosenza): così come altri produttori della zona, è ancora dell’idea che si debba procedere affinché sia riconosciuta l’Igp al prodotto calabrese.

“Il peperoncino è un’eccellenza della nostra regione – argomenta – E pertanto è giusto che ottenga il riconoscimento che merita. Quello che serve è la chiarezza in etichetta. Moltissimo prodotto estero viene spacciato per peperoncino italiano, il che naturalmente ci danneggia”.

In pratica, secondo Aita, sono gli stessi produttori italiani a importare peperoncino da Egitto, Tunisia, Spagna. Una volta varcati i confini, il prodotto viene confezionato e quindi venduto come made in Italy, agli stessi prezzi – circa dieci euro il chilo – del prodotto davvero italiano: “I buyer e le insegne dovrebbero stare più attente al prodotto che acquistano, altrimenti si rendono complici di questa speculazione – aggiunge – Un occhio esperto dovrebbe cogliere le differenze”.

Società agricola Alba, peperoncino bio: “La Gdo non sta agli accordi”

Per Marco Nadiani, responsabile della produzione della Società agricola Alba di Bellaria Igea Marina (Rimini) che produce peperoncino biologico, non sono solo quelli che definisce “i prezzacci” del prodotto estero ad affliggere il peperoncino italiano, ma anche la Gdo. La quale, a suo avviso, non promuove il prodotto made in Italy e, soprattutto, non sta agli accordi: “L’insegna con cui stavamo collaborando ha ritirato solo un terzo del prodotto concordato – spiega – I prezzi di produzione del peperoncino sono molto alti, ancor di più se si produce, come noi, con il metodo biologico. Non si può restare con il prodotto invenduto”.

“Il problema – conclude Nadiani – deriva dall’import. Il consumatore finale non è attento al prodotto, guarda il prezzo. E se il prodotto estero (fresco) costa un euro il chilo, mentre il nostro arriva anche a quattro euro, non c’è e non ci sarà mai partita”.

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