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Politiche agricole

Cia: “Investire sulla difesa attiva per ridurre gli effetti delle calamità”

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Autore Redazione

L’appello a università e istituzioni: “Cogliere l’opportunità del Pnrr, sono 500 i milioni destinati a innovazione e meccanizzazione”

“Un sistema di indennizzi snello e una buona copertura assicurativa, sono necessari per far fronte, a posteriori, ai danni che l’ortofrutta italiana subisce per effetto delle calamità, siano essi eventi atmosferici estremi (+60% nel 2021) o attacchi di parassiti vegetali e animali (più di 700 milioni di danni per la sola cimice asiatica). Cambiamenti climatici, Covid, crisi economica lungo la filiera e pressioni commerciali a livello globale, rendono però sempre più urgente una gestione integrata del rischio che metta al centro la prevenzione, grazie a più risorse e ricerca su soluzioni di difesa attiva. Dobbiamo provare a ridurre l’effetto delle calamità di almeno il 40 per cento“. E’ quanto sostenuto da Cia-Agricoltori Italiani al Macfrut 2021 con un convegno che fa appello a università e istituzioni, per lavorare sul campo a progetti mirati e che colgano opportunità straordinarie come i 500 milioni del Pnrr per innovazione e meccanizzazione.

Ortofrutta, due anni di crisi

“L’ortofrutta nazionale – ha sottolineato Cia – sta affrontando per il secondo anno consecutivo, la crisi per le gelate tardive che hanno procurato, in questo 2021, oltre 800 milioni di danni alla frutticoltura a livello nazionale. In Emilia-Romagna, in particolare, le perdite produttive sul 2020 a causa delle gelate tardive di primavera ammontano per le albicocche al 51%, pesche fino a 60%, susine: 70%, ciliegie 13%, mele stimate da 15 a 35%. Capitolo a parte quello delle pere, che in Emilia-Romagna scendono del 65% sul 2020 e di oltre il 70% sulla media 2015-18. Anche le superfici produttive continuano a diminuire con un decremento del 5% sul 2020. Per le sole pere questi cali produttivi valgono, considerando tutta la filiera, 345 milioni di euro, di cui circa 244 milioni solo in Emilia Romagna”.
Lo ha ricordato Cristiano Fini, presidente di Cia Emilia-Romagna, che ha sottolineato come l’ortofrutta stia vivendo una crisi drammatica. “E’ impensabile andare avanti su questa strada – ha affermato – viviamo i cambiamenti climatici sulla nostra pelle e non vediamo l’uscita dal tunnel. Anzi, pensiamo che anche nei prossimi anni avremo le stesse anomalie. Le gelate tardive sono sempre avvenute, ma il problema è che con il cambiamento climatico avremo ancora inverni miti, con più siccità. La pianta anticipa il rigoglio vegetativo e quindi la gelata si abbatte come una scure. Con il cambiamento climatico, inoltre, proliferano fitopatie e cimice asiatica. Contro quest’ultima abbiamo messo in campo l’insetto antagonista, ma dobbiamo verificane ancora l’efficacia. Tutti punti interrogativi che ci fanno ipotizzare che purtroppo nei prossimi anni dovremo vivere con questo tipo di anomalie”.
“Vanno bene i risarcimenti, dobbiamo continuare a spingere sulle assicurazioni, pur sapendo che sappiamo che quello dell’obbligatorietà è un percorso difficile – ha proseguito Fini – Ma dobbiamo far sì che il produttore continui a produrre. Il settore ortofrutta porta vantaggi ambientali, economici, di indotto, di occupazione: non possiamo permetterci di perderlo. Vanno messi in campo strumenti e risorse per fare prevenzione e difesa attiva tutti insieme: i produttori, che devono mettere a disposizione conoscenze e eventualmente le loro aziende per la ricerca, le Università e i centri di ricerca, le istituzioni. Abbiamo a disposizione il Pnrr, proviamo a sfruttare anche questo tesoretto”.
Non possiamo rischiare di perdere il settore dell’ortofrutta, ha concluso Fini. “Il rischio è reale, stiamo purtroppo già sentendo di tantissimi produttori che tagliano le piante. Non possiamo perdere l’ortofrutta made in Italy con i nostri altissimi standard qualitativi e sanitari, che prodotti stranieri non garantirebbero”.

Anteporre la prevenzione alla cura

“Gestire l’emergenza è di fatto ormai anacronistico – ha sostenuto Cia – come lo è pensare che le aziende possano contare solo sul sistema assicurativo con costi di accesso crescenti, o confidare nel Fondo di Solidarietà nazionale che va assolutamente ripensato. Se la scelta, ovvia, stando all’incidenza sempre maggiore dei cambiamenti climatici, è quella di mettere in sicurezza la produzione da intemperie (gelate e grandine, ma non solo) così come da alcune malattie e parassiti, la lente d’ingrandimento va portata sulle tecnologie specifiche di protezione delle colture sia tradizionali (reti antigrandine, antinsetto, antipioggia) che innovative e multifunzionali, sui sistemi attivi di difesa dai ritorni di freddo (tra i quali irrigazioni sopra-chioma e sotto-chioma, ventoloni) e, più in generale, su una mitigazione “meccanica” del clima tra i frutteti, il più possibile automatizzata. Soluzioni che, all’atto pratico, vedono l’Italia arrancare con l’Emilia-Romagna a fare da traino sul fronte degli investimenti (oltre 20 milioni stanziati) e il resto del Paese che non supera neanche la metà”.

“A mancare – ha chiarito – non è l’interesse delle aziende, che senza prodotto perdono via via mercato, ma un cambio d’approccio a livello di sistema, istituzionale in primis, che anteponga la prevenzione alla cura. Non c’è reale mappatura e monitoraggio dei sistemi per incrementare i margini di efficacia, anche in connessione alle varietà in campo e ai diversi sistemi produttivi, e per studiare sempre migliori coperture polifunzionali che proteggano le coltivazioni intensive dalle diverse calamità. Occorre attrarre meccanica e automazione agricola, settori già avanti anche nella sensoristica e nella consulenza abbinata e rendere le tecnologie economicamente accessibili alle imprese. Serve tanta buona ricerca finanziata, l’impegno, quindi, del Governo a investire e, anche, a incentivare le aziende agricole su questo fronte. Va stimolato, infine, un rafforzamento delle opportunità, tecniche e finanziarie, a protezione delle imprese e resa più fruibile la copertura integrata al rischio con, appunto, sistemi di difesa attiva”.
“I produttori ortofrutticoli non possono lavorare per essere risarciti, devono poter raccogliere – ha ribadito il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino – Teniamo a mente che anche in pandemia, non è mai mancato cibo sulle nostre tavole e il settore ortofrutticolo incide per il 25,5% sull’agroalimentare, coinvolgendo oltre 300mila aziende. Chiediamo a università e istituzioni di collaborare con gli agricoltori sulla ‘difesa attiva’ che è anche strumento di tutela fitosanitaria, alleata della qualità e punto di svolta per una produzione sempre meno invasiva. E’ anche questa, l’agricoltura sostenibile, grazie a innovazione e meccanizzazione, che ben richiama il Pnnr. Infine – ha concluso Scanavino – quel patto di sistema più equo, moderno ed efficace, lungamente sostenuto da Cia, puntando su catena del valore e della distribuzione, su nuove sinergie produttive nel Mediterraneo e rilancio dell’export, non può, dunque, che partire da garanzie di tenuta per le aziende e dalla difesa delle produzioni”.

Fonte: Cia Emilia Romagna

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