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Packaging e Tecnologie

La plastica non allunga la vita di frutta e verdura?

Una controversa ricerca dell’associazione ambientalista Wrap contro le proprietà del materiale

Che bisogna sostituire la plastica lo pensano, lo dicono e lo fanno tutti nella filiera ortofrutticola, anche gli storici produttori degli imballaggi sono da anni impegnati a studiare a capo chino le alternative ai polimeri che derivano dagli idrocarburi. E ci  stanno riuscendo,  riducendo via via la quantità di questi, sostituiti con alternative naturali. L’orizzonte è questo, senza se e senza ma. Da anni però leggiamo, studi scientifici sugli effetti benefici della plastica sulla data di scadenza di frutta e verdura, la cosiddetta shelf life. Ma c’è chi sostiene il contrario.

Una ricerca di Wrap contro la plastica

Una ricerca dell’associazione ambientalista Wrap, si legge nel prestigioso quotidiano inglese Guardian ma anche su altre testate, afferma il contrario: la plastica non allunga la vita di frutta e verdura. Anzi fa aumentare lo spreco di cibo. Questa la conclusione di uno studio durato 18 mesi che porta i suoi curatori a chiedere ai supermercati: “Bisogna smettere di vendere prodotti freschi come mele e patate in imballaggi di plastica perché non li fa durare più a lungo e si aggiunge all’inquinamento e allo spreco alimentare”. Plastica bocciata senza mezzi termini.

Ma gli imballaggi proteggono il cibo

Attenzione non bisogna mai prendere alla lettera anche le ricerche scientifiche. Va bene sostituire la plastica, ma l’imballaggio di qualsiasi forma e materia ha una sua validità e funzionalità. Lo ammette anche Marcus Gover, amministratore delegato di Wrap, che ha affermato: “L’imballaggio è importante e spesso svolge un ruolo fondamentale per proteggere gli alimenti“. Su questo siamo d’accordo tutti: se la frutta sbatte e prende dei colpi si guasta molto facilmente e finisce nel bidone della spazzatura.

Detto questo mister Gover sottolinea che la ricerca “ha scoperto che l’involucro di plastica non prolunga necessariamente la vita dei prodotti freschi non tagliati. Può di fatto aumentare lo spreco alimentare”. Come? Una questione psicologica: le persone tendono ad acquistare più cibo del necessario. L’imballaggio, secondo i ricercatori, è meno importante nella causa ambientale rispetto ad altri fattori, come far comprare alle persone la giusta quantità. Giusto, ma non si può puntare una pistola in testa ai consumatori.

Quali sono, quindi, le tecniche che ci permettono di far durare più a lungo i prodotti? “Abbiamo scoperto che conservare gli alimenti in frigorifero a una temperatura inferiore a cinque gradi ha dato giorni, settimane e, nel caso delle mele, mesi di vita del prodotto di qualità in più“, ha affermato Gover. “Nella maggior parte degli articoli, l’imballaggio di plastica in cui sono stati venduti ha fatto poca o nessuna differenza per la loro durata”. Proviamo a tradurre: se si lascia al caldo la frutta e la verdura anche con la plastica questa dura di meno, ma sembra una considerazione ovvia. In frigo, ma lo sappiamo da tempo, si allunga. Senza dimenticare che anche il frigo ha un suo costo ambientale.

Studiate mele, banane, broccoli, cetrioli e patate

Wrap ha studiato cinque articoli: mele, banane, broccoli, cetrioli e patate, conservati nella confezione originale e sfusi, a diverse temperature. Ha calcolato che se questi cinque prodotti fossero venduti sfusi e le date di scadenza rimosse, si potrebbero risparmiare più di 10.300 tonnellate di plastica e circa 100mila tonnellate di cibo dallo spreco ogni anno, l’equivalente di 14 milioni di ceste di cibo. Bene, benissimo. Ci sta. Anche se erano cose di cui eravamo a conoscenza e soprattutto i prodotti studiati non presentano particolari problemi di conservazione. Perché non sono state studiate le fragole, i piccoli frutti e altri prodotti che sappiamo bene hanno i giorni contati?

Il danno dello spreco alimentare

Lo spreco alimentare è un dato di fatto. L’associazione fornisce dei dati: “I britannici buttano via quasi mezzo milione di tonnellate di verdura fresca e insalata e un quarto di milione di tonnellate di frutta fresca, un valore totale di 2,1 miliardi di sterline, ogni anno perché è diventata molle o ammuffita o perché l’etichetta della data è scaduta. Questi rifiuti sono dannosi per il pianeta: circa un terzo delle emissioni di gas serra del Regno Unito sono associate a cibi e bevande”. Naturalmente sottolineiamo che queste emissioni comprendono anche il cibo di cui ci nutriamo.

Va bene la decarbonizzazione, va bene il ripudio della plastica da idrocarburi, ma lo sfuso è sempre e comunque possibile? Non sempre, soprattutto se si allarga lo sguardo dalla dimensione micro del reparto ortofrutta a tutto il mondo che sta dietro: dalla prima lavorazione, alla logistica, alla distribuzione. Il problema non è per niente semplice. Purtroppo.

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