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Lockdown, i comuni agroindustriali non si fermano

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Secondo l’Istat è operativo il 55,7% dei lavoratori. Continua a lavorare soprattutto il sud Italia. Il ruolo dell’agricoltura

Lockdown, si fa per dire. Mentre il Governo è al lavoro per progettare il post contenimento, dall’Istat (Istituto nazionale di statistica) arriva una notizia che merita di essere approfondita: in tempi di lockdown, continuano a lavorare più della metà degli addetti di industria e servizi. Per la precisione, secondo le rilevazioni dell’istituto, sarebbero al lavoro il 55,7% degli operatori, senza considerare l’esercito degli smart worker. Una questione che merita di essere approfondita, perché lascia spazio a una serie di considerazioni e riflessioni, in cui il mondo dell’agricoltura in generale, e quello dell’ortofrutta in particolare, occupano un posto di rilievo. Vediamo nel dettaglio.

Il Mezzogiorno non è in lockdown

Dunque, secondo l’Istat, il lockdown non è generalizzato, anzi. Ci sono alcune zone di Italia, alcuni comuni, in cui la maggior parte della popolazione attiva continua quotidianamente a raggiungere il proprio posto di lavoro. Dalla mappa disegnata dall’Istat (i comuni censiti sono quelli con più di 10 mila abitanti), emerge che sono soprattutto le regioni del sud Italia a continuare a lavorare: in oltre la metà dei comuni si registra una quota di addetti appartenenti ai settori “aperti” (così li ha definiti l’Istat) superiore al valore medio nazionale. Nel merito, tra le regioni in cui il valore di chi lavora supera la media nazionale si annoverano Basilicata, Sicilia e Calabria. Quanto ai comuni, al primo posto della classifica dei cento comuni attivi si trova Priolo Gargallo (Siracusa): qui l’82,3% degli addetti è impiegato in settori aperti, e pertanto sta lavorando. Segue Rutigliano (Bari), con il 79,2% di addetti attivi. Al terzo posto figura Fiumicino, con una quota di addetti in settori aperti del 78,4%. Il primo comune del nord occupa la quinta posizione della classifica ed è Somma Lombardo (Varese) con il 77,2% di addetti che continua a lavorare.

Rutigliano e Priolo Gargallo sotto la lente

Ma se per Fiumicino il dato si giustifica con le attività legate ai trasporti aerei, perché mai si lavora così tanto a Rutigliano e Priolo Gargallo? Rutigliano è un comune pugliese che conta poco più di 18.500 residenti; è famosa per i fischietti in terracotta, ma ancor di più per la produzione su larga scala di uva da tavola: abbonda di aziende ortofrutticole e di aziende funzionali allo svolgimento dell’attività agricole, come Serroplast, che produce film plastici per vigneti. Ma sono presenti anche aziende che producono imballaggi – Carton Pack e Ronzulli sono un paio di esempi – e aziende che esportano uva da tavola. A Rutigliano, poi, si colloca Divella, famoso pastificio pugliese con una storia lunga 140 anni. Si tratta dunque di un tessuto produttivo che, nonostante l’emergenza coronovirus e il conseguente lockdown, non si è potuto fermare. E con esso la manodopera che in queste aziende trova impiego.

Discorso analogo per Priolo Gargallo, poco più di 12mila abitanti, a pochi passi da Siracusa. Qui l’attività petrolchimica la fa da padrona, tra Isab (sono mille i dipendenti), Edison e Montedison. A valle dello stabilimento petrolchimico di quest’ultima, si producono anche ammoniaca e prodotti per l’agricoltura Agrimont. Quanto all’agricoltura, l’area è vocata in particolare per agrumi e olive.

Secondo quanto riportato da siracusaoggi.it, il sindaco Pippo Gianni, a proposito del posizionamento nella classifica Istat, ha commentato: “Anche in tempo di lockdown con grande spirito di sacrificio, coraggio e determinazione, i priolesi continuano a recarsi al lavoro nell’area del petrolchimico”. “La Sicilia – ha aggiunto – si conferma come una delle regioni con meno imprese chiuse e, nonostante questo, una delle aree con meno contagi. Evidentemente, i lavoratori e tutti i cittadini si stanno attenendo alle misure restrittive, evitando assembramenti, mantenendo le dovute distanze di sicurezza e osservando le giuste precauzioni igienico-sanitarie”.

I comuni sospesi e le grandi città

L’Istat ha poi stilato un’altra classifica, quella dei cento comuni con la maggiore quota di addetti inclusi in settori “sospesi”. Al primo posto Valenza (Alessandria) con il 79,2% di addetti. Nei primi cinque posti, tre comuni sono marchigiani, due in provincia di Fermo (Montegranaro, al secondo posto con il 79% di addetti, e Sant’Elpidio a mare con il 77,2%) e uno in provincia di Ancona (Castelfidardo con il 75,4% di addetti in settori sospesi). In questa classifica, per trovare un comune del Mezzogiorno, bisogna arrivare alla tredicesima posizione, occupata da Atessa (Chieti), con il 72,3% di addetti che appartengono ai settori sospesi.

Infine, al di là della collocazione geografica, a restare aperte sono anche le città: sopra la media nazionale per quota di apertura di industrie e servizi ci sono Genova (69,6%), Bari (68,7%), Roma (68,5%), Ancona (68,4%), Trento (68,3%), Bologna (67,7%), e Palermo (66,6%). Resistono, nonostante l’alta incidenza di contagiati, anche Milano,  Lodi (73,1%) e Crema (69,2%).

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