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Focus GDO

La sostenibilità è un viaggio, non una destinazione

Intervista a tutto tondo a Massimo Marino (Il cibo perfetto). “Perché non ci sono scorciatoie per comunicarla al consumatore”

Tra i temi al centro dell’edizione 2022 del Focus Gdo di myfruit.it dal titolo “Ortofrutta, un sistema di valori da comunicare in reparto” c’è a pieno titolo la sostenibilità. Sostenibilità chiamata in causa da chi produce, da chi distribuisce e, anche, da chi acquista. In tante accezioni differenti, senza – forse – avere trovato ancora il modo giusto di comunicarla.

Qualche spunto utile si trova ne “Il cibo perfetto“, il libro di Massimo Marino (ingegnere ambientale specializzato sull’analisi del ciclo di vita dei prodotti e dei processi) e Carlo Alberto Pratesi (professore ordinario di Economia e gestione delle imprese all’Università Roma Tre), edito da Edizioni Ambiente. Grazie a un approccio facile e immediato racconta fatti e misfatti, falsi miti e storytelling del tema più evocato, citato e richiamato degli ultimi anni.

Il libro è stato pubblicato nel 2015 eppure è decisamente attuale (è di questi giorni la seconda edizione). Perché? Perché riconosce quanto sia importante una comunicazione semplice, ma non semplicistica, del concetto di sostenibilità.

“L’idea di scrivere il libro – dice Massimo Marino a myfruit.it –  è nata dal desiderio di mettere a disposizione quasi 20 anni di ricerca e di consulenza sui temi degli impatti ambientali e delle modalità di comunicazione senza l’ambizione di rivelare verità assolute, ma semplicemente con la voglia di aiutare a farsi una propria opinione, basata su fondamenta scientifiche”.

Le domande che si pongono gli autori sono quelle che ancora creano confusione nei consumatori: cosa inquina di più, l’insalata in busta o quella fresca?
E, dal punto di vista ambientale, meglio le galline allevate all’aperto o quelle in gabbia? Davvero i prodotti a km 0 hanno sempre gli impatti più ridotti? E il cibo biologico? E gli Ogm?

Spesso le risposte – ancora oggi – sono basate su dati parziali, o inesatti. Gli autori, invece, analizzano con la metodologia Lca tutte le fasi di produzione degli alimenti – in campo o negli allevamenti, trasformazione industriale, confezionamento, distribuzione e consumo – per definirne in modo scientifico e rigoroso gli impatti ambientali. “Anche se la cosa può scontentare qualcuno, non esistono ricette facili, e ogni scelta alimentare ha conseguenze complesse, con vantaggi e controindicazioni tanto per noi consumatori, quanto per l’ambiente“, osserva Marino.

Le questioni sospese sono tante. Ad esempio, perché nessuno considera l’aspetto della shelf-life, della maggiore durata di vita per le insalate di IV gamma? E perché si sottovaluta la preparazione che nel processo industriale permette un uso più oculato delle risorse? E come non sapere che, nel mondo, per alcuni aspetti il km 0 non ha significato, mentre è rilevante quando si parla di economie locali?

Il senso della plastica

“Riguardo il packaging, poi, la plastica ha subito un attacco feroce – continua Marino – Anche per alcuni motivi corretti, ma dimenticando che se troviamo plastica nell’ambiente non gliel’ha messa chi la produce. Attacchiamo il problema nel posto sbagliato. Confezionare, come si fa negli Usa, ogni cetriolo singolarmente è aberrante. Ma è ovvio che non posso confezionare le fragole nella carta. La plastica ha caratteristiche funzionali, costi e prestazioni che non trovo in altri materiali”.

E ancora: “Certo, alcuni materiali hanno più problematiche soprattutto in fase di riciclo, ma danno maggiore sicurezza in altre fasi. Storytelling e aspetti scientifici vanno messi insieme a partire dalle verità concrete. Pensiamo al benessere animale, le galline allevate in gabbia hanno un minore impatto ambientale rispetto galline allevate all’aperto. Ma io non mi sento di dire che è più sostenibile l’uovo ottenuto dall’allevamento in gabbia”.

Insomma, la sostenibilità a 360 gradi è un obiettivo teorico per la maggior parte delle aziende e dei prodotti: il più delle volte agli imprenditori (e anche ai loro clienti) è richiesto di operare delle scelte tra alternative tra di loro incompatibili.

Che fare

La prima regola resta avere numeri e dati certi e “non prendere decisioni di pancia, non sempre sostenibili. Dobbiamo accettare il fatto che siamo davanti a dei dilemmi. Una volta elaborato il lutto, si deve decidere quale valore dare al prodotto, o alla scelta del consumatore. E così scegliere il prodotto a km 0 se si è attenti alle economie locali o il solidale se si vuole sostenere le popolazioni in via di sviluppo”.

Riuscire a comunicare al consumatore non è così semplice. “Bisogna accettare il fatto che non si può semplificare troppo – continua Marino – Da un lato educare il consumatore e, dall’altro lato, accettare che le scelte non sono così semplici. Non trovare via di fuga. Perché la comunicazione molto bella sul breve periodo, poi si spegne, non è sostenibile nel tempo. Il caso dell’olio di palma fa scuola. Il marketing vende cose che toccano il consumatore nel vivo: per anni gli ambientalisti hanno lanciato l’allarme, poi qualcuno ha detto che l’olio di palma fa male e in un weekend è sparito”.

La sostenibilità è un viaggio

“La perfezione non esiste, per cui la sostenibilità è un viaggio e non una destinazione”, si legge nel libro di Marino e Pratesi. E questo è particolamente vero quando si parla di cibo. “E’ importante capire che non ci sono scorciatoie o vie brevi, ma che la sostenibilità è un tema complesso che non può essere semplificato. Bisogna ridurre il numero di fake news e info qualunquiste che si leggono nella rete”.

“Poi – conclude Massimo Marino – bisogna togliere l’accezione negativa all’aggettivo industriale. Quando parliamo dell’Italia nel mondo, dire l’industria della moda o del design va bene, l’industria del cibo no. Probabilmente nel confronto artigianale contro industriale la soluzione più sostenibile è quella che si trova in prodotti con valori di sostenibilità dichiarati e sistemi di controllo efficaci, cosa che in molti casi le filiere agroalimentari italiane possono garantire”.

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