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Biologico

Trentino: referendum per il biodistretto, la posizione di Apot

Alessandro Dalpiaz: “In Europa il 35% delle mele biologiche è italiano. Lavoriamo da anni sul tema”

Tutti al voto per il biodistretto, ma  attenzione non c’è nessun obbligo per produttori e aziende di conversione al biologico. Sembra un paradosso questo referendum che si terrà domenica 26 settembre nella Provincia Autonoma di Trento. Ma se si supera il quorum, la consultazione è valida e se dalla conta dei voti la spunta il partito favorevole al biodistretto l’amministrazione sarà impegnata dalla volontà popolare a “Promuovere la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione, la preparazione alimentare e agroindustriale dei prodotti agricoli prevalentemente con i metodi biologici“. Bene, iniziativa lodevole ma nel concreto è difficile immaginare cosa succederà. E non mancano i contrari.

Apot: “Siamo tranquilli e il 35% delle mele europee bio è italiana”

Alessandro Dalpiaz

Alessandro Dalpiaz

Sul tema myfruit.it ha sentito Alessandro Dalpiaz, direttore di Apot (associazione produttori ortofrutticoli Trentini) che invita alla calma ricordando che non esistono degli obblighi: “Il giorno dopo la consultazione il Trentino non è chiamato a fare una rivoluzione nei campi”. Ci vuole tempo e sono tempi che i produttori conoscono bene: “Una logica che non è partita ieri, c’è stato un lungo dibattito e c’è voluto del tempo per convincere le persone alla conversione al biologico”. Anche per una questione tecnica: “Siamo arrivati al 6/7 % di frutta biologica raggruppando le aziende fino ad arrivare a 10-20 ettari”.

Chiaro che con la frammentazione della proprietà diventa difficile fare il biologico in modo libero ovvero senza organizzazione e condivisione. Il direttore sottolinea anche un dato: “Oggi l’Italia nella melicoltura può vantare a livello europeo il 35% di mele bio“. Insomma si è lavorato sul tema. “Vorrei ricordare che non è un referendum sull’agricoltura biologica, ma è esteso a tutti gli attori. Ognuno deve fare la sua parte. Noi abbiamo piacere a discutere con gli altri attori sugli obiettivi da raggiungere. E se il quorum non arriva, non ci fermeremo nel nostro percorso per una agricoltura più sostenibile e sulla conversione al biologico. Lo abbiamo scritto nel nostro ultimo bilancio di sostenibilità”.

Il dilemma del quorum

In questi giorni nel nostro Paese è un continuo brindisi per le proposte di referendum che superano velocemente, grazie allo strumento della firma digitale, il quorum necessario per essere indetti. Buon esercizio di democrazia, ma tra esprimersi davanti a uno schermo e recarsi a un seggio elettorale il salto non è automatico. La prima sfida è, quindi, quella della partecipazione. Il referendum è valido se ai seggi si presenteranno almeno il 40% degli aventi diritto. Tradotto in numeri: circa 177mila elettori. Ma non è finita qui, per passare la proposta, sottoscritta con 13mila firme, si deve conquistare il favore dei votanti. Non è un’impresa semplice, ma sicuramente un interessante test sulla popolarità del biologico.

Il 68% dei trentini fa acquisti bio

A leggere i risultati di un sondaggio della società Xyz Field e diffusa dal quotidiano Il Dolomiti si registra un alto grado di fiducia dei trentini nel biologico (73%), ma il dato più interessante e soprattutto concreto è quello relativo agli acquisti bio che arriva a toccare quasi il 68% delle persone: i fedeli lo comprano di sovente ovvero il 17,2%  risponde sempre e il 52,5%  qualche volta. Analizzano i dati emerge che il 23,6% che non acquista biologico lo spiega così: “Consumiamo prodotti del orto o dell’orto di amici e parenti”. Infine il 22% scarta i prodotti biologici per i prezzi alti. Tra i contrari al metodo referendario la Cia che vuole evitare distinzioni tra buona e cattiva agricoltura. Nella sua pagina Facebook l’organizzazione dà voce agli agricoltori, anche a chi da 30 anni coltiva in biologico.

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